Il Nome della Rosa
Tra fumetto e allegoria medievale

Recensione del 2° volume de "Il Nome della Rosa"

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Dopo una lunga attesa di circa tre anni, finalmente si è conclusa la storia de Il Nome della Rosa a fumetti, trasposizione di Milo Manara. Opera sacrale della narrativa mondiale scritta da Umberto Eco oramai molti anni fa e divenuta seminale in contesti e situazioni differenti – universo nerd compreso.

Procedendo con ordine, già in occasione della recensione del primo volume il nostro redattore Massimo Cappelli aveva espresso pareri favorevoli, riconoscendo il valore di questa trasposizione e sottolineando quanto sia complesso misurarsi con un’opera di tale caratura. In questa fase della sua carriera (quella della piena maturità), Manara ha scelto di intraprendere nuovi percorsi narrativi, mettendo temporaneamente da parte lo sguardo tipico del “maestro dell’eros”. Questa inclinazione verso tematiche differenti suggerisce una volontà di sperimentazione che, sebbene possa apparire distante dalla sua figura tradizionale, è indicativa di un momento artistico cruciale. A conferma di questo desiderio di spingersi oltre i propri confini abituali, l’uscita di questo secondo capitolo è stata accompagnata dalla pubblicazione di una nuova opera dedicata: l’Odissea.

Il Nome della Rosa è, ad oggi, una delle trasposizioni meglio riuscite nella cultura pop e non solo. La riduzione di Manara è attenta, minuziosa e, soprattutto, rispettosa della grande letteratura italiana. 
Se il primo volume si chiudeva con la figura di una donna, il secondo si apre nel medesimo segno: un nudo femminile, icona da sempre cara all’autore. Tuttavia, Manara si distacca subito da questo elemento per immergersi in una dimensione tematica che sembra porsi in netta contrapposizione con il resto della sua produzione: la scelta di raccontare un mondo di uomini in tunica, scandito dai ritmi della religione e dell’arguzia del thriller medievale.

Manara stesso ha dichiarato di aver lavorato su queste pagine con un “pudore solenne”, utilizzando come base i testi del Cantico dei Cantici. Il risultato è una delle sequenze più alte della sua carriera, dove la sensualità non è mai fine a se stessa ma diventa “misura etica dello sguardo”.

Ecco: sta proprio qui l’aspetto interessante della sua visione. Sta nel fatto che l’originalità di una trasposizione deriva non soltanto dal fattore “innovativo” e da ciò che si inserisce di nuovo, ma anche da come la si imposti, anche solo attraverso un metodo che può essere legato al pensiero e alla poliedricità di un autore che riesce a discostarsi dalla sua “bolla” per rischiare un cammino arduo e fin troppo battuto.
Manara, attraverso la colorazione della figlia Simona, crea un buon compendio medievale, puntiglioso e storicamente inerente alle visioni della storia – anzi, ne dà letteralmente un contesto visivo, come la grande rappresentazione di tutta l’abbazia e dei suoi usi e costumi nel quotidiano.
Una delle parti più difficili da gestire di questo secondo volume è sicuramente stata quella di condensare le lunghe dispute teologiche e il gran finale incendiario senza perdere la profondità di Eco. In questo Manara è stato attento e meticoloso per restituirne una fedeltà all’opera originale senza però snaturare il suo stile visivo.

L’apparato grafico, come già brevemente accennato, è meticoloso e funzionale. Laddove la narrazione è messa al servizio della storia, il disegno è rappresentativo di un universo. I disegni dell’autore sono delicati, profondi, medievaleggianti e aggiungono quel tocco meraviglioso al contesto storico.
In questo adattamento Manara orchestra un sofisticato dialogo tra tre diversi linguaggi visivi che si intrecciano armoniosamente lungo tutta la narrazione.
Il primo registro è quello del realismo, dedicato alla cronaca dell’indagine e ai serrati dialoghi tra Guglielmo e Adso. In queste sequenze, l’autore impiega il suo celebre segno pulito e nitido, caratterizzato da un tratteggio finissimo capace di definire con estrema precisione sia la volumetria dei volti che la matericità ruvida dei sai di lana; è, a tutti gli effetti, la rappresentazione grafica del mondo della ragione e della concretezza dei fatti.

A questo stile si contrappone radicalmente quello del miniato, utilizzato per dare corpo alle sequenze oniriche di Adso o alle citazioni dottrinali. Qui Manara abbandona la tridimensionalità per imitare l’estetica dei monaci amanuensi, adottando figure piatte, colori vibranti e prospettive ribaltate.

Le tavole si arricchiscono di cornici decorative popolate da mostri e grotteschi tipici dei marginalia, trasformando il fumetto in un colto omaggio all’arte medievale.
Infine, l’opera si apre al lirismo nel momento in cui appare la giovane contadina. In questo contesto, il segno di Manara abbandona il rigore geometrico per farsi più morbido e quasi “sfumato”. Attraverso un uso attento dei bianchi e delle ombre, l’estetica diventa puramente sensuale, traducendo visivamente lo smarrimento emotivo e la scoperta amorosa del giovane Adso.

Tornando al medioevo – che è uno dei temi per cui siamo qui – bisogna ammettere che l’opera (completa in due volumi) ha un senso logico ben definito che non richiama solamente una trasposizione dell’opera di Umberto Eco (già questa basterebbe da sé), bensì Manara gioca sottilmente con alcuni aspetti legati al contemporaneo o, per lo meno, strizza l’occhio alla società italiana, quella più becera, viscida.

Lo fa soprattutto dando volto e carattere al personaggio di Bernardo Gui, l’inquisitore, attraverso le fisionomie di quel “discusso” direttore de Il Giornale e Libero, dal nome di Alessandro Sallusti. Ecco come, attraverso la metafora e la sottigliezza della satira l’autore parla di politica, ne esprime un dissenso anche con un fumetto ambientato lontano nel tempo. 

E credo che la grande esperienza di autori come Milo Manara (nel bene e nel male della sua grande produzione) stia anche in dettagli come questi: piccoli ma fondamentali per dichiararsi e prendere posizione.

Dopo il film di Jean-Jacques Annaud del 1986, questa è la migliore trasposizione uscita da un punto di vista prettamente visivo de Il Nome della Rosa. Uno dei più affascinanti thriller storici che la letteratura ci abbia donato.

In chiusura, desidero precisare che la mia analisi nasce dalla sedimentazione del romanzo di Eco (letto anni orsono ma ancora vivido nella memoria), integrata dalla recente visione dell’adattamento di Manara. Il confronto e la giustapposizione tra i due linguaggi scaturiscono da questa duplice esperienza: l’obiettivo non è la mera recensione di un fumetto, bensì l’esplorazione dell’eredità intellettuale che un maestro come Eco ha lasciato dietro di sé.

La recensione del 1° volume de Il Nome della Rosa.

Michele Tarzia

Vivo nell'ombra dei miei pensieri, ai margini della mia memoria

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