Zero per Zero non è uguale a zero

La vendetta di Polifemo, Zerocalcare su Internazionale 1623

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Zerocalcare è il meraviglioso ruffiano del fumetto italiano, e questo sia detto con vera simpatia e il più grande affetto; d’altronde, Michele Rech trasmette, a chi legge le sue opere, umanità, profondità, (com)passione. E sincerità.

Negli anni di una carriera ormai lunga e variegata, Zerocalcare ha fatto uso di quel suo registro stilistico così piacione (e compiaciuto), leggero e appunto ruffiano per scrutinare sé stesso e il suo mondo, sia privato che pubblico, la nostra società, la politica internazionale: ha scavato nell’interiorità e intimità propria e di ciascuno di noi; ha dissezionato la cultura pop e tutto quello che ci ha offerto negli ultimi decenni; ha esercitato la violenza selvaggia dei sentimenti che vengono analizzati, smascherati, privati della difesa dell’ipocrisia che ognuno di noi frappone fra sé e il riconoscimento di ciò che realmente siamo e del dolore che viviamo, subiamo, agiamo. E con quella nonchalance sorniona del civis romanus ha mostrato senza infingimenti né imbellettamenti le brutture che gli uomini compiono su altri uomini in ogni dove.

Più l’argomento è duro e doloroso, più luride sono le brutture a cui Zerocalcare ci mette di fronte, e più quel suo stile affabilmente suasivo si fa tema di accompagnamento, ma anche strumento esegetico: se infatti la retorica ci appare inevitabile affrontando una materia come un genocidio che viviamo in tempo reale, è invece straordinario come egli sappia trasmettere intatta la dimensione di un dramma tanto enorme senza appunto abusare dello strumento retorico per colpire il lettore allo stomaco. Gli schiaffi raggiungono la coscienza con pienezza, e il sorriso che sempre nasce dalle tavole del Nostro li rende ancora più brucianti.
La vendetta di Polifemo, pubblicato su Internazionale n.1623 del 18 luglio scorso (ne abbiamo già parlato qui), a distanza di qualche mese e forse oggi più anche che in quei giorni, ci induce – costringe – a riflettere, mostrando in tutta la sua ripugnanza la cattiva coscienza del paese sulla macelleria allora (allora?) in atto a Gaza, e le unisce la cattiva coscienza, minore solo per dimensione, su tutte le macellerie operate verso gli ultimi: i più poveri, i più disperati, i più sfruttati, i più dimenticati. Quei nessuno che non vogliamo vedere e non vediamo, come non vogliamo vedere quello che accade a Gaza.
Tarek è un nessuno, arrestato, per caso, durante una manifestazione in favore della Palestina; arrestato per caso e senza una ragione reale, e poi condannato senza fondamento a una pena spropositata – o meglio, un fondamento c’è: è povero, ha fatto un casino della sua vita, e alla manifestazione ha sbroccato di brutto compiendo atti di autolesionismo; di conseguenza, il sistema giudiziario lo ha stritolato. Tarek non è un martire e non è una vittima assoluta – come dice Zero con più di un filo di ironica vergogna: “Non so manco se è uno che vorrei tanto se trasferisse nel mio condominio“; è solo un poveraccio disperato, un ultimo della terra, un nessuno che ha avuto la colpa di essersi ritrovato a solidarizzare con chi è ancora più nessuno di lui e sta subendo una mattanza. I nessuno di questa terra finiscono variamente calpestati, e alcuni letteralmente spazzati via, nell’indifferenza.
Zerocalcare è arrivato ormai alla piena maturità dei suoi mezzi espressivi e della capacità di raccontare la realtà del nostro mondo e delle nostre coscienze, perché Michele Rech è ormai un uomo maturo, che non si fa sconti e si fa una punta d’onore a ridestare la torpidità di spirito di questa Italia un po’ “distratta“, diciamo così (e sì, sei n’omo, Miche’, non un regazzino, c’hai quarantaquattr’anni, l’età bbona pe’ diventa’ nonno).

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