Un misterioso assassino fa fuori, uno dopo l’altro, tre malviventi. Tutti ex componenti della banda capeggiata da Waingro, tutti uccisi dopo essere stati terrorizzati dalla visione di una tomba scavata di fresco, ornata da una croce con inciso sopra il loro nome. Stavolta l’avversario di Tex Willer e di suo figlio Kit è Gordon Dagger, un funereo regolatore di conti conosciuto con il soprannome de “Il becchino”, che ha inequivocabilmente le sembianze del mitico attore Lee Van Cleef.
Il tradizionale Color Tex di Agosto è una classica lettura estiva, una storia semplice ed agile, da leggere sotto l’ombrellone senza affaticare più di tanto le meningi a chiedersi il perché degli snodi narrativi del racconto. Pasquale Ruju ai testi cerca di svolgere il compitino con diligenza e consegna ai pennelli dell’anziano maestro Roberto Diso (classe 1932 e una splendida carriera alle spalle, soprattutto come principale interprete del pilota amazzonico Mister No) una vicenda pensata ad hoc per soddisfare il palato vacanziero del lettore texiano medio.
Tutto questo, naturalmente, nei pensieri dei vertici della casa editrice milanese. In realtà, il famigerato lettore medio di cui stavamo parlando è una specie estinta da tempo. Il progressivo aumentare degli svaghi alternativi alla lettura dei comics e un’esponenziale disaffezione a questo genere di intrattenimento ha eroso implacabilmente il numero degli aficionados bonelliani. Pertanto la massa di sostenitori disposti a seguire sempre e comunque il loro eroe ad ogni uscita si è dissolta come neve al sole. I dati di vendita parlano soltanto di un piccolo zoccolo duro di irriducibili: molto meno copioso in quantità, molto più affamato di qualità riguardo alle letture.
E così, al posto del fruitore di una volta (distratto, superficiale e di bocca buona) adesso c’è un tizio provvisto di maggior spirito critico e di aspettative molto più elevate. Ai suoi occhi, la trovata di mettere in scena un killer che annuncia cosi platealmente i suoi prossimi omicidi alle vittime designate risulta implausibile, fastidiosa, persino tamarra. Non siamo neanche vicini al pulp sanguinolento tipico di una certa porzione del western all’italiana (no, non il Sergio Leone invocato nell’introduzione, questa deriva è opera dei suoi maldestri epigoni), semmai dalle parti del grottesco (in)volontario dei piani del disneyano Macchia Nera, l’arcinemico di Topolino.
E, tanto per giustificare il titolo dell’albo, la prossima vittima di Dagger il becchino è Kit Willer. Con tanto di annuncio della sua prossima dipartita sotto forma di una bella tomba con croce nominativa in aggiunta. Lo sceriffo di Flagstaff e il custode del cimitero locale sono molto imbarazzati nel mostrarla al diretto interessato. Il tutore della legge si premura di precisare che non è uno scherzo, quanto piuttosto una minaccia di morte. Piccolo Falco si dimostra all’altezza di suo padre, invitando gli astanti a non dar peso alla cosa, suggerendo piuttosto di berci su al saloon.
Il suo atteggiamento suscita commenti ammirati (“Nervi d’acciaio il giovanotto”, “Buon sangue non mente”). Peccato che, appena calate le ombre della sera, questo prodigio di risolutezza perda tutto il suo sangue freddo e, dopo una notte insonne, si rechi all’alba al cimitero, in preda all’ansia. E che caschi clamorosamente nella trappola preparatagli dal Becchino, con la complicità del custode, dopo avergli (parole sue) “facilitato il compito”. Non c’è da meravigliarsi che finisca tramortito e seppellito vivo nella tomba già pronta dal solerte avversario.
Non c’è da preoccuparsi: è fin troppo chiaro che il metodo scelto dal bandito implica la sopravvivenza del giovane Willer. Serve alla storia e fa comodo allo sceneggiatore che, nel frattempo, tramite l’operato di Tex ha già spiegato al lettore i motivi dell’odio di Dagger per suo figlio, oltre alle origini del suo soprannome e le ragioni della sua vendetta contro i suoi ex complici. Il consueto bandito catturato e pestato a dovere dal ranger canta come un usignolo, giusto in tempo per consentire ad Aquila della Notte di arrivare a Flagstaff, capire cosa sia successo e salvare l’incauto Kit da morte certa per asfissia. Anche se bisogna dire che Ruju cerca di salvargli la faccia, suggerendo che il ragazzo ci abbia messo del suo per evitare di finire soffocato, scavando e assottigliando lo strato di terra quel tanto che bastava per respirare.
Intanto, Dagger il Becchino fa l’ennesima vittima, freddando il complice catturato da Tex e consegnato alla prigione di Flagstaff. Ma è l’ultima prodezza di un personaggio che, come da perfetto teorema nizziano, dopo aver fatto il fenomeno per più di metà della storia deve necessariamente afflosciarsi nel finale per consentire al ranger e ai suoi pards di conciarlo per le feste e con irrisoria facilità. L’impassibile killer di botto perde il controllo dei suoi nervi, la prontezza di riflessi e la mira. Disarmato e spaventato a morte dalla furia vendicatrice di Aquila della Notte non trova di meglio che darsi alla fuga, dopo aver appiedato l’avversario con un colpo fortunato.
Tutto inutile: anche una nuova, improbabile alleanza con il vecchio sodale Waingro non vale a salvargli la pelle. I due, che filano di nuovo d’amore e d’accordo come un tempo in nome del comune odio per i Willer, sequestrano il proprietario di una grossa compagnia mineraria della zona e sua figlia. Il rapimento è a scopo di estorsione: il possidente non ha altra scelta se non assecondarli, pena la vita della ragazza. Ma a risolvere tutto arrivano provvidenzialmente e separatamente Willer padre e figlio: il primo sbuca all’improvviso da sotto una scrivania della banca per sgominare la banda dei rapinatori, il secondo sorprende il sorvegliante della ragazza rapita e la libera.
C’è tempo persino per il trionfale ingresso di Kit in città e il suo ultimo confronto con un Dagger già scornato dal precedente scontro con suo padre. E per l’inverosimile epilogo della vicenda, ovviamente su invito del becchino e al cimitero locale. Per quanto il prefatore si affanni a spiegare che l’immaginario di Ruju si rifà alla conclusione delle pellicole leoniane, davvero – nelle ultime tavole di questo scombinato racconto – non riusciamo a trovare neanche un’oncia del pathos narrativo caratteristico del padre fondatore del western all’italiana. Può essere che lo sceneggiatore volesse citare, nella sequenza del seppellimento di Kit, anche una pietra miliare dei comics americani, L’ultima caccia di Kraven, storia realizzata da J.M. De Matteis e Mike Zeck nel 1987, in cui l’Uomo Ragno subiva lo stesso trattamento del figlio di Tex (con ben altri risultati narrativi, ovviamente).
Il problema principale è nella caratterizzazione errata dei personaggi. Giustificabile parzialmente per un comprimario occasionale come Dagger il Becchino, il cui destino era comunque quello di morire al termine dell’episodio. L’esiguo numero di pagine a disposizione per il Color imponeva di presentarlo all’inizio come un nemico molto insidioso e di farlo sgonfiare altrettanto rapidamente nel finale – anche e soprattutto per consentire il pieno riscatto di un Kit Willer completamente in balia degli eventi (oltre che del rivale) fino a quel momento. Ma è il modo di raccontare, tanto sciatto quanto implausibile, che lascia a desiderare. Com’è possibile che un astuto guerriero navajo come Piccolo Falco caschi tanto ingenuamente in una trappola cosi ovvia?
Qui non si tratta della sua famosa tendenza a comportarsi da scavezzacollo, questa è faciloneria di chi scrive. Kit cade nel tranello in quel modo perché allo sceneggiatore fa brodo che vada cosi. Con buona pace del profilo del personaggio e della pazienza del lettore.
E se la sceneggiatura è piena di buchi e di scorciatoie narrative buone solo a facilitare il compito di chi scrive, la musica non cambia quando si passa all’analisi del comparto disegni. È scontato il rispetto e la considerazione per il lavoro di un maestro come Roberto Diso, anche apprezzando il suo sforzo di offrire qualcosa di dignitoso a dispetto degli anni che passano. Ma lo stesso, identico rispetto dovrebbe avere chi decide di pubblicare questo materiale. Rispetto per l’autore, la cui reputazione non merita di essere offuscata da questa sequenza di pose sgraziate, figure incerte e contorni non delineati. Rispetto per il lettore, che non deve essere costretto a fare fatica sulle pagine per distinguere i personaggi o capire come si stiano muovendo. Rispetto, infine, per la storia della testata, a cui la pubblicazione di storielle senza né capo né coda come questa non rende certo un buon servizio.




