Lucca C&G 2022 – Erotismo e Genere

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Uno dei più grandi piaceri di eventi come il Lucca Comics & Games è andare ad una conferenza senza sapere cosa aspettarsi.

Fai Rumore, il pluripremiato volume del “Collettivo Moleste”

Almeno ogni edizione seleziono una o due conferenze con autori che non conosco, semplicemente dal titolo o dal tema. Questa volta la conferenza selezionata era Erotismo al femminile con Mirka Andolfo (che conosco solo dalle bellissime illustrazioni), Fumettibrutti (che conosco solo di nome) ed il Collettivo Moleste che, ignorante che non sono altro, assolutamente non conoscevo.

E nonostante l’assenza del nome più famoso, Mirka Andolfo impossibilitata ad arrivare, devo dire che non riesco ad immaginare come l’incontro avrebbe potuto essere più interessante.

Infatti Josephine Yole Signorelli (Fumettibrutti), Francesca Torre Margherita Tramutoli (aka: La Tram) del Collettivo Moleste hanno letteralmente ribaltato il pubblico, le aspettative e persino il tema della conferenza, con Yole che dal basso del suo fisico quasi anoressico letteralmente troneggiava su un numero consistente di partecipanti con la pacata forza di chi ha idee chiare e poca pazienza verso un mondo che ha fatto un salto in avanti tecnologico di 1000 anni in un secolo ma ancora rimane con la testa al Medioevo (e qui il Professor Alessandro Barbero mi rimprovererebbe ricordando che molta parte delle usanze più retrive arrivarono nel tardissimo Medioevo e Rinascimento… giusto per dire i falsi miti).

Anestesia di Fumettibrutti

Il primo ribaltamento è il titolo stesso dell’incontro, immediatamente ci si chiede se non è già partire con una etichetta restrittiva parlando di “Erotismo Femminile” come parte di un dualismo tra maschile e femminile che ha perso di senso nel momento in cui la percezione di genere è esplosa.
Sono etichette che alla fine vengono appiccicate al lavoro di autori che si confrontano ciascuno con la sua percezione. E’ categorica l’affermazione che siano concetti che riguardano soltanto la percezione.

Yole, che nel caso non fosse universalmente noto è una giovane transessuale nata maschio, si definisce Femminista anche se contiene la radice “femmin” nel termine perché la sente come una filosofia di vita: è la visione di chi fin da subito è stato percepito come “diverso” (dai maschi, ovviamente) ed in quanto diverso subito “inferiore”. Limitato e incasellato al punto di arrivare a negare il fatto che potesse provare piacere.

E su quanto ancora adesso la “femminilità” sia quasi uno stigma, propone subito un aneddoto: ai tempi del suo esordio come fumettista e “agitatrice” nel web, ancora prima del coming out, si divertiva a postare non solo le sue strisce provocatrici ma anche immagini del suo corpo. La reazione fu eccessiva e degradante: venne insultata come “femminista aggressiva”, “esibizionista”, “pazza”.
Poi ci fu il coming out ed improvvisamente parte degli aggressori divennero immediatamente comprensivi: “adesso capisco perché lo facevi”. Ma cosa hanno capito, si chiede l’autrice, cosa era cambiato?

L’erotismo “maschilista” di Elena Mirulla…

Ma se si può essere “Femministe”, parlare di Erotismo Femminile per le intervenute è completamente fuori fuoco. Come lo è parlare di “Erotismo Maschilista” o “per maschi”. Vengono citate non solo Mirka Andolfo ma anche altre disegnatrici donne note e meno note, tra cui Elena Mirulla, le cui procaci protagoniste sono prese ad esempio, e stigmatizzate, come “servizi” ad un pubblico maschile. Quando invece sono la messa su carta della visione estetica della disegnatrice.
D’altro canto più avanti verrà ricordato che Robert Crumb, sarà tra le altre cose di fare “Erotismo Femminista” semplicemente perché si divertiva a disegnare donne non bellissime, a volte sovrappeso, a volte proprio sgradevoli, intente a godersi le loro relazioni. Quello era “Erotismo Femminista” mentre se invece le donne sono disegnate belle, allora è “maschilismo” (o concessione al).

E’ un “j’accuse” tutt’altro che inaudito ad un femminismo sessuofobo e, di nuovo autolegittimato dalla biologia, che le tre ragazze non riescono neanche a chiamare femminismo in quanto, invece di essere una pratica liberatoria che apre nuovi orizzonti, si riduce ad un atteggiamento settario attento e dedito a mettere nuovi limiti. Le cui conseguenze sono, nelle parole di Francesca: “Una ministra che si dice femminista per cui l’aborto non è una priorità!”.

…e quello (ehm) “Femminista” di Robert Crumb

L’incontro continua appassionato con la moderatrice che complimenta il coraggio nel portare avanti una tale filosofia nel mondo attuale. La risposta è di nuovo un ribaltamento di prospettiva, di concetto. Yole si definisce “incosciente”, nel senso che non rinnega nessuna delle sue scelte ma deve ammettere che le conseguenze sono state ben diverse e ben oltre quanto avrebbe razionalmente potuto prevedere. Azioni e denunce giuste, ma difficili da portare avanti tra gli atteggiamenti insidiosi di chi ti ascolta parlare ma non vede l’ora di zittirti. Con le donne stesse perennemente limitate a volte persino da loro stesse, abituate da secoli a mettersi in dubbio ad essere represse se si mostrano troppo sicure.
Ad essere incasellate in un ruolo che ancora oggi si cerca di giustificare biologicamente (eddai), con Yole che ricorda la decisamente grossolana battuta di un avversario che riusci a dirle: “Fra 3000 anni, se gli archeologi troveranno il tuo corpo, diranno: ossa di un maschio adulto”.
Come se l’archeologia avesse il suo interesse principale nelle persone e nelle relazioni interpersonali, nota, prima di ribadire: “La biologia non c’entra nulla con le relazioni tra persone!”.

Perchè secondo le intervistate a soffrire dei ruoli affibbiati sono le persone e le loro relazioni.
Come prima si era parlato dello stereotipo che descrive “donne che disegnano Erotismo per Maschi”, ora è l’evoluzione della Pornotopia in epoca contemporanea ad essere dissezionata. Viene presa ad esempio la creazione dell’immaginario dell’uomo scapolo, seduttore e galletto, usato come grimaldello per dare all’uomo controllo dell’ultima sfera che era rimasta dominio esclusivo delle donne: la sfera domestica.
Tramite (anche) l’immaginario erotico/pornografico, l’uomo venne dotato di un ruolo codificato per mettere piede e controllare quello spazio. Ma il prezzo è stato il dare ad una immagine costruita e venduta da terzi il controllo inconscio delle sue pulsioni, del suo stesso immaginario erotico e, infine della sua autostima.
Le conseguenze sono note ed ovvie: l’ansia da prestazione e mille altri blocchi e frustrazioni imposte dal “ruolo” su una attività naturale e piacevole.

Con i ruoli di genere, concordano le relatrici, tutti soffrono. Non c’è nessuno che se la goda. Per questo loro, femministe, trovano stupido essere considerate delle “scocciatrici”, delle “moleste” da zittire, quando sul lungo periodo ciò che propongono farebbe probabilmente stare tutti più sereni.

Ancora “Erotismo Maschilista”?

Dai ruoli è quasi ovvio il passaggio alla semantica, ai termini e alle definizioni. Sul termine “troia” viene imbastito tutto un ragionamento su quale vittoria sarebbe riappropriarsi di un termine che usano solo i maschi per definire le donne. Quale potenza ha un insulto quando te ne riappropri e ne fai quello che vuoi!
Si tratta di modificare la sostanza del linguaggio che, peraltro, è un altro dei fronti su cui si combatte una battaglia serrata, con supposti puristi che si rifanno alla consuetudine d’uso, rifiutando il dato di fatto che il linguaggio è sempre cambiato nel corso della storia per permettere di continuare a comunicare. Per far sì che, nelle parole di un professore di Yole: “Il parlante ha sempre ragione se la lingua è viva”.
Un’altra osservazione che viene fatta è che le cose esistono anche se non esistono le parole per descriverle, per cui non accettare le parole non dissolve il problema ma fa solo soffrire le persone. D’altro canto, avere finalmente parole per descriversi non è un punto di arrivo, è dichiarare la propria esistenza.

Rimasti al margine per buona parte dell’incontro, arriva la domanda sui fumetti e sul vissuto personale. Yole esordisce ricordando di aver disegnato fin da quando si ricorda. Poi il suo percorso di disegnatrice l’ha portata al fumetto e lì ha capito che voleva e doveva disegnare principalmente sé stessa, senza limitarsi e anche con brutalità se necessario.
Il fatto di non aver avuto remora a narrare di temi scabrosi, soprattutto nel mondo “social” ha causato una reazione immediata ma duale: prima del “coming out” riceveva critiche e accuse; dopo le critiche si sono trasformate in insulti più o meno velati. Disegnava sempre le stesse cose, ma la sua identità aveva cambiato l’occhio con cui veniva vista da chi non gradiva.
Alla fine, questo è un consiglio che dà a chi volesse seguire la stessa strada, non merita darsi troppa pena per queste incongruenze. La vita, dice, è troppo breve per stare dietro a tutto. Piuttosto, per evitare di pensarsi soli e magari patire ciò che non merita, il suo consiglio è di fare rete, trovare altri con cui condividere.

L’incontro si avvia al termine e il dialogo tra le relatrici comincia andare a ruota libera: il grande stigmatizzato è lo stereotipo, il pregiudizio.
Si citano i pregiudizi più apparentemente innocenti ma radicati, come l’identità dei colori: una stessa storia intere classi di ragazzi la disegnano sempre con gli stessi temi cromatici a seconda di come gli viene proposto di connotarla, invariabilmente l’erotismo è rosso o rosa, la commedia va sul giallo, la fantascienza sui blu. Non ci sono mai deviazioni.
La cosa però non viene stigmatizzata di per sé: nessuna delle relatrici considera strano che il vissuto personale crei dei pregiudizi. Quello che non riescono ad accettare è che la reazione a ciò che cade sotto la lente del pregiudizio non sia accolto con curiosità o interrogandosi, ma con odio e repulsione.

Oppure disegnare bellezza e basta?

Di nuovo è Yole che racconta un’esperienza personale che è significativa in tal senso. Anche presso la comunità trans, dice, esistono diversi “status” che si ambisce ad ottenere. In particolare i nati maschi aspirano spesso ad avere una voce dai toni più acuti ed in tal senso lei non ha fatto eccezione. Ad una certa età si è sottoposta ad un intervento per ottenere tale risultato (nota: la sua voce resta su toni abbastanza gravi anche ora). Quando è tornata nelle compagnie che frequentava prima, si è accorta che gli amici maschi a cui aveva sempre raccontato, in maniera diciamo colorita e “maschia”, le sue avventure sentimentali, ora erano in imbarazzo a sentire raccontare le stesse identiche cose da un tono di voce più acuto.

L’ultima domanda è molto delicata in quanto sembra essere personale: dal pubblico viene chiesto se è possibile, e cosa si dovrebbe pensare nel caso, che una ragazza possa elaborare una identità “maschia” perché attratta dallo status di “potere” a cui questa si accompagna se paragonata alle limitazioni che vengono attribuite al genere femminile.
La risposta è per certi versi sorprendente e, veramente, “aperta”: non si dovrebbe pensare niente.
Un conto è infatti cosa sia giusto ed ingiusto nella distribuzione di potere tra i generi, ma l’unico o unica o unic* giudice di come sia giusto vivere la propria identità dovrebbe essere la persona stessa.
Non importa se l’identità di genere la persona se la è formata in piena autonomia o subendo dei condizionamenti. E’ cosa la persona stessa ne pensa ad essere importante, se lo vive bene e va bene o se lo vive male ed ha bisogno di aiuto, e su quello nessuno ha diritto di dire nulla.

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