Non conoscevo l’autore inglese Andi Watson prima di questo volume edito da Black Velvet nel 2006 che raccoglie le sei parti dell’opera, e confesso di averne perduto in séguito le tracce. Se l’autore è certamente da riscoprire, la storia di Breakfast after noon – di qualche anno precedente la sua pubblicazione italiana – meriterebbe di essere riproposta e sottratta all’oblio.
Breakfast after noon è una storia piccola piccola, di quotidianità disperata ma non troppo, di tragedia sfiorata senza compiere l’ultimo passo verso il baratro: Inghilterra thatcheriana (anzi blairiana, ma non è che cambi molto), un ragazzo e una ragazza lavorano nella stessa fabbrica, vivono insieme, stanno per sposarsi; la fabbrica si “ristruttura” e perdono entrambi il lavoro: il racconto di Watson è la cronaca della loro reazione all’evento. La storia di due reazioni psicologiche opposte, di due modi diversi di opporsi – e paradossalmente anche di arrendersi – a una medesima avversità. Nel loro piccolo microcosmo di provincia, periferia dell’Impero Mediatico-Consumistico, Louise recide immediatamente il suo legame con la Windsor Ceramiche e si getta con ardore nevrotico nel vortice della riqualificazione professionale; scoprirà che riqualificarsi non serve poi a molto (o comunque non è rose e fiori), ma in qualche modo ne verrà fuori.
Rob non rinuncerà mai al suo minuscolo sogno: lui sa assemblare ceramiche, sa farlo bene, e questo è quel che vuole fare; al suo sogno sacrificherà tutto, compresa Louise e il loro comune sogno di sposarsi e avere un figlio.
Sacrificherà la sua dignità, arrivando davvero a un passo dalla degradazione personale: ma siamo pur sempre in una commedia, e Rob troverà lavoro – un po’ diverso, un po’ più lontano da casa, dovrà fare il pendolare – in un’altra fabbrica di ceramiche. Siamo in una commedia, e dopo tante vicissitudini, dopo tanti piccoli e grandi sacrifici economici, Rob e Louise potranno ricomporre il loro sogno comune come una ceramica andata in pezzi e poi salvata da un bravo restauratore. Sopravvivere, insomma. Cavarsela. Forse è questo l’ottimismo nell’era del thatcherismo ormai vittorioso, metabolizzato nelle fibre della società. Buona volontà, caparbietà, fortuna: tutto è sullo stesso piano, per l’essere umano in balìa delle leggi del Dio Mercato, che lo vogliono consumatore ossessivo e ossessivamente lo consumano come lavoratore.
Ma questo vuol dire che alla fine dei giochi Madama Fortuna non è un attore tra i tanti, ma il mattatore assoluto. O quasi; forse, a volte, la piccola scintilla di un sogno caparbio può impietosire la Dea Bendata e indurla a quella spintarella decisiva. Per chi vuole crederci.
Watson si mostra narratore raffinato nel ritratto psicologico, e naturalistico nella descrizione sociale e d’ambiente. Esplora la natura umana con tenerezza, anche quando ne mette in mostra le piccole meschinità, le invidie stupide, la grettezza ragionieristica. Senza illusioni sui suoi simili, ma anche con tanto affetto per le loro difficoltà, per l’insensatezza del loro dibattersi e odiarsi. O solo invidiarsi: l’odio è troppo per il mondo piccolissimo borghese di Breakfast after noon. La sua umanità britannica è parente assai stretta di quella di Ken Loach, solo un po’ più fortunata, meno drammatica, più addolcita. Ma non meno acuta è la riflessione su di essa.
Watson disegna a pennellate vigorose, in una tricromia elegante e démodé, dove il grigio ingentilisce il contrapporsi del bianco e del nero. Il tratto ricorda il Monsieur Jean di Charles Berberian, precedente di qualche anno, ma più essenziale nella figura umana, più ricercato e anticheggiante negli sfondi e nei dettagli.
A un quarto di secolo dalla sua uscita, Breakfast after noon sembra avere da dire ora più di allora; sembra rammentarci che la fortuna individuale (se di fortuna si tratta) non può sostituirsi all’azione strutturale della società.
