Moonshine

Brian Azzarello e Eduardo Risso scavano nel noir fino a farne emergere l’orrore

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Brian Azzarello ed Eduardo Risso tornano a lavorare insieme per Moonshine, progetto Image Comics che arriva finalmente a compimento anche per il pubblico italiano. Gangster story e horror soprannaturale si intrecciano fino a diventare indistinguibili.

Tra proibizionismo e licantropia, la serie attraversa e dilata i canoni del crime e quelli dell’orrore, riuscendo — con un’intensità che cresce numero dopo numero — a scavare in zone profonde e scomode: paura, solitudine, senso di colpa, desiderio di potere, magia come residuo arcaico, intimità come ferita. Ventotto episodi che non procedono in linea retta, ma per deviazioni, rallentamenti, improvvise accelerazioni. Non sempre armoniche, ma coerenti con un mondo che armonico non è.

Setting e traiettoria narrativa

Il racconto si muove nella Prohibition Era americana, trovando nell’Appalachia un ambiente narrativo ideale: territorio marginale, isolato e, anche se prossimo alle grandi città, intatto nel suo rimanere refrattario alle regole sociali evolute e fertile per contrabbando, violenza e leggende.

Il contrasto iniziale tra New York e la ruralità dei boschi è netto, quasi didascalico: abiti, linguaggi, codici sociali segnano una distanza evidente. Con il procedere della serie questa dicotomia si attenua, lasciando spazio a uno scontro più sottile, sociale e umano, che però non perde mai del tutto quelle differenze di classe, usi e ruoli che restano impresse nei corpi, negli abiti, nei gesti e nelle scelte.

La voce narrante è Lou Pirlo, sicario di mafia mandato tra i monti della Virginia per negoziare un accordo sul contrabbando di alcool. Un incarico come tanti, almeno all’inizio. Poi il deragliamento: l’operazione si trasforma rapidamente in un incubo fatto di rituali, sangue, alleanze che si spezzano e segreti che non avrebbero dovuto essere toccati. Il passaggio dal noir all’horror non è brusco, ma progressivo, quasi inevitabile, come se l’uno avesse sempre contenuto l’altro. Qui sta la bravura di Azzarello nel seminare e quella di Risso nel rivelare.

Dualismi e relazioni

Il conflitto città/campagna è solo il primo livello. Sotto scorre un dualismo più profondo: uomo e bestia, controllo e istinto, potere e dipendenza. La licantropia diventa metafora esplicita della perdita di controllo, della parte animale che l’uomo tenta di dominare (ambizione? Rivalsa? Sessualità?) — spesso fallendo. Non è casuale il legame stretto tra licantropia e alcolismo. L’alcol non è solo merce o vizio, ma detonatore, passaggio, limite.

La criminalità organizzata è raccontata senza eroismi né romanticismi, pur con tutte le pose e gli stilemi classici. Non ci sono personaggi “positivi”, bensì figure consumate dal proprio ruolo. Archetipi che vivono di soprannomi, funzioni, gerarchie. Pedine su una scacchiera manovrata da pochi e privilegiati squali. Qui il segno di Risso lavora per sottrazione e contrasto. La violenza è rapida, secca, priva di compiacimento: sparatorie, mutilazioni, omicidi arrivano e colpiscono senza preavviso. La palette cromatica insiste su toni netti rafforzando un senso costante di decadenza. Se da un lato questa scelta è estremamente efficace, dall’altro finisce per appiattire alcuni personaggi secondari (soprattutto gli sgherri), che con il passare dei capitoli tendono a confondersi visivamente e narrativamente. Un limite che chi legge tende a sentire sul lungo termine, quando la narrazione si carica di numerosi personaggi e il ritmo si fa più concitato.

Al centro resta Lou Pirlo: ambizioso, arrogante, alcolizzato, attraversato da un senso di superiorità che nasconde fratture profonde. Attorno a lui la famiglia Holt – custode di un segreto antico (e di una tempra e un’ostinazione infinita) – e figure femminili che sfuggono a ruoli ornamentali, portando con loro relazioni ambigue e tensioni non risolte. Azzarello costruisce tutto questo con dialoghi densi di slang e sottintesi. Il ritmo, inizialmente dilatato, trova col tempo una sua progressione più incisiva.

Senza redenzione

Ne esce un ibrido potente di noir, idealizzazione storica e horror, dotato di una forte identità visiva e narrativa. Un’opera che chiede attenzione, pazienza, disponibilità a seguire percorsi non sempre lineari. L’atmosfera, il lavoro grafico e le ambizioni tematiche sono i suoi punti di forza più evidenti; la complessità iniziale e alcune linee di personaggi meno incisive ne rappresentano i limiti. Difetti che non ne compromettono il valore complessivo, ma ne definiscono il carattere: irregolare, sporco, umano. Proprio come il mondo (archetipo) che racconta.

Il finale, coerentemente, non concede scorciatoie. Non c’è liberazione né riscatto, nessuna catarsi, bensì un senso di resa silenziosa e definitiva.

Resa ai propri errori, alle proprie ossessioni, alle proprie colpe, a una natura che non si riesce – o non si vuole – davvero abbandonare. Lou Pirlo e Tempest, più di altri, arrivano alla fine incapaci di essere qualcosa di diverso da ciò che sono stati fino a quel momento. Nessun perdono, nessuna vera redenzione. Solo la consapevolezza, amara e persistente, che alcune colpe non si superano e che certi destini non si correggono: si attraversano, fino in fondo.

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