Questo albo è la perfetta dimostrazione di quanto il classico detto “reinventare la ruota” possa in realtà incarnare una deriva di potenzialità spesso inascoltata – la quale, innervandosi in ultima istanza lungo la spirale spesso virtuosa della contaminatio, giunge a rinnovare quel sense of wonder che è a conti fatti il fine ultimo cui il fruitore di un’opera di fiction più o meno consciamente anela.
Altrettanto ovviamente, si tratta di un risultato che si staglia in genere in un punto molto avanzato – per non dire scaramanticamente “finale” – nel percorso di maturazione personale di un autore. In questo caso assistiamo alla felice combinazione di ben due dinamiche di questo tipo.
Michele Medda è stato (anche) un autore texiano; sebbene la sua sia stata una firma solo temporanea, il “suo” ranger si è in generale mantenuto nel campo della generale ortodossia – volendo pur includere le sue incursioni più recenti su collane differenti dalla serie mensile dove, a margine di un certo anche riconoscibile revisionismo, il tono generale rimane comunque riconoscibile come “canonico”.
Questo preambolo serve per dire che la vena “western” dell’autore è sempre saltata fuori qui e là, tanto appunto da permettergli di accreditarsi tra le prestigiose fila degli autori di Aquila della Notte: degne di nota a tale proposito sono le sue – rade, anche qui – incursioni nei territori più metropolitani cari a Nick Raider (ad esempio qui) dove, nelle parole del nostro collega Marco Migliori, “[…] non si tratta solo di citazione, quanto di un richiamo alla vera fonte di ispirazione per il carattere di Nick Raider, un Tex moderno e più umano. Il vero Tex ai nostri giorni non avrebbe futuro, come ci illustra magnificamente Medda in quest’albo“.
In Sfida a Coffin Rock, la narrazione di Medda è secca, al limite della stenografia, eppure dalla qualità indiscussa. A riprova di quanto sopra esposto, si assiste ad un distillato di capacità ed esperienza, una sorta di limite inferiore al di sotto del quale è arduo scendere. Nessuna parola non necessaria, non una virgola fuori posto: il dono della sintesi non è alla portata di tutti, ma anche per quei pochi fortunati è un risultato cui si perviene dopo anni di certosino lavoro di sottrazione e cesellatura. Ogni parola ha una sua forza intrinseca: l’autore dimostra qui di essere riuscito a metterla a nudo. E poco altro serve.
Quel “poco altro” risiede nella prova parimenti gigantesca di Max Bergamo: il suo è un tratto minimale, eppure latore di un’intensità elevata. La sua regia rimane sempre impeccabile, senza sbavature. Un’eco dinamica pervade le sue tavole, un po’ alla Italo Mattone, ma ancor più essenziale. Proprio per questo c’è bisogno di qualche pagina per allineare vista e gusto, e lasciarsi quindi avvincere e travolgere dal tratto morbido e spesso, la retinatura calibrata, un precipitato di recitazione statuaria ed essenziale.
Questo Nathan “crepuscolare” è comparso più volte nel corso degli anni, ma solo in poche felici eccezioni ha saputo coniugare l’essenza della cosiddetta “avventura del futuro” con stilemi apparentemente estranei, creando un amalgama che pure continua a risultare proprio del personaggio. Peccato per la cover, che trasmette un messaggio fuorviante e promette solo l’ennesimo fill-in tra una saga e quella successiva – back in the days, invece, erano le saghe ad interrompere sequenze fortunate di storie singole ad elevato numero di ottani.
Quando l’albo si chiude, le suggestioni di modelli quali OK Corral o Tombstone restano vive e vibranti: se sono loro le ruote del mio covered wagon, reinventarle non appare più un’operazione così peregrina.
E dopo l’ultimo saluto al bartender Sergio (coincidenze?), la fine dell’episodio è vergata su un pezzo di legno sbreccato.






