Per un ragazzino italiano cresciuto negli anni Ottanta, Antonio Inoki è stato – assieme a Tiger Mask – non solo il più grande lottatore di catch prima che si chiamasse wrestling e oggi puroresu (come dicono i puristi), ma una porta d’accesso a un Paese, il Giappone, allora conosciuto solo attraverso i cartoni animati e quindi sconosciuto e irraggiungibile, più lontano ancora di quelli separati da una cortina di ferro (specialmente senza Internet).
Ne dà contezza il libro-tributo che pure i giapponesi ci invidiano, realizzato da una piccola realtà partenopea capace di riunire novanta autori, da grandi firme come Enrico Marini, Carmine di Giandomenico, Giuseppe Palumbo, Mario Alberti e Giancarlo Olivares a giovani promesse che raccontano (chi con un’illustrazione oppure con storie di quattro, sei, otto tavole – in una varietà di stili e approcci che offre una eloquente panoramica di cosa si fa in Penisola e che da sola vale l’acquisto) non soltanto chi era Inoki, ma cosa ha rappresentato per questa “meglio gioventù” fumettistica.
Si svelano i retroscena, la carriera politica (ma questa gli aficionados la conoscevano già) e zone di luce inaspettate, come un torneo organizzato in Corea del Nord per onorare il suo maestro, coreano d’origine, che costò a Inoki il posto in Parlamento.
E poi vuoi mettere: c’è pure l’intervista a Tony Fusaro, a conferma che è realmente esistito, che è vivo e vegeto, e che – si scopre – rinunciò a proseguire l’avventura televisiva in segno di disappunto contro le pratiche di un noto imprenditore milanese già allora in irresistibile ascesa…
Un albo-tributo davvero imperdibile.
