Dall'articolo di Goffredo Fofi apparso su Internazionale 750:
“È ormai un fatto acquisito che il romanzo a fumetti - che è diventato abituale anche da noi chiamare graphic novel dal 1986, anno di pubblicazione di Maus di Art Spiegelman - sia una forma di espressione decisamente adulta, liberata dalla ghettizzazione e dai pregiudizi che hanno ostacolato la sua affermazione presso i cultori delle forme tradizionali di espressione.
(..)
All'opposto [NdR: del cinema da cassetta] c'è il rapporto artigianale e minuzioso che un autore di graphic novel ha con la sua materia: inventare e costruire una storia, stabilire una sceneggiatura e dividerla in sequenze, dosare il rapporto tra le immagini e le tavole, decidere come servirsi della parola, nel dialogo e nella progressione del racconto, scegliere le più congeniali tra le tecniche, e ovviamente tra i generi.
(..)
Per gli autori di graphic novel non è obbligatorio dover comunicare con il grande pubblico. Lontani dal seriale, che sembra aver fatto il suo tempo e concluso il suo ciclo più vitale, si possono accontentare di lavorare per minoranze di lettori fedeli e intelligenti, di essere minoranza.
Anche perché i grandi autori del fumetto contemporaneo sanno bene che la libertà non ha prezzo. Dominati come siamo da un mercato che ci propone immagini che mentono, parole che mentono, suoni che mentono, con i buoni romanzi a fumetti ci capita invece molto spesso di sentirci all'interno di una strana, fondamentale dimensione di necessità e di libertà, sempre più rare in altri campi.
Siamo di fronte a una minoranza artistica eccezionalmente creativa, che produce per una minoranza di lettori che sa scegliere e che rifiuta i diktat del consumo per il consumo.
Minoranza, però, fino a un certo punto. Negli ultimi trent'anni e passa, nessun settore artistico ha prodotto una quantità di titoli degni, diciamo pure di grandi opere, che possa essere lontanamente paragonabile a quella del graphic novel, né ha avuto una pari vitalità e diffusione geografica.”



