Prosegue il nostro percorso attraverso le annate Bonelli con il 2019 di Dampyr.
Attenzione: benché misurati, i commenti che seguono contengono, inevitabilmente, alcuni importanti spoiler.
Un anno particolare, dedicato e fortemente caratterizzato dalla conclusione del ciclo dei Grandi Antichi che qui intensifica la sua narrazione, completando e chiudendo una parantesi importante diluita a lungo negli ultimi anni.
Buon viaggio.
Dampyr n.226 “Hellfire Club”
di Nicola Venanzetti, Fabrizio Longo
Gennaio 2019
Libertini rituali settecenteschi e società segrete fanno da cornice ad un nuovo capitolo legato alla Dimensione Nera, con personaggi e suggestioni che sembrano appartenere a un’altra stagione della serie.
La demonessa al centro della vicenda pensata da Nicola Venanzetti è un’antagonista potenzialmente interessante, ma resta confinata in uno spazio narrativo troppo ristretto, con un finale sbrigativo che ne ridimensiona l’impatto e solleva interrogativi irrisolti sulla sua lunga assenza dalla scena.
Per quanto sia piacevole ritrovare Ryakar, Ratserk e il detective Simon Fane, la struttura del racconto appare piuttosto prevedibile: demone nero, seguaci fanatici, escalation di violenza e resa dei conti finale seguono binari già ampiamente percorsi dalla serie. Cambiano lo sfondo storico e l’atmosfera — decadente, morbosa, con evidenti richiami a un immaginario alla Eyes Wide Shut — ma il senso di déjà-vu è difficile da ignorare.
A riscattare ampiamente l’albo intervengono però i disegni di Fabrizio Longo. Il suo tratto valorizza le ombre, i volti e i rituali, conferendo densità e fascino a una storia che, sulla carta, rischiava di risultare solo di passaggio.
Dampyr n.227 “‘Pirati!”
di Giulio Antonio Gualtieri, Simone Delladio
Febbraio 2019
Quest’avventura si muove su coordinate estremamente riconoscibili, recuperando un immaginario classico — pirati maledetti, vendette che attraversano i secoli, non-morti legati a un’antica condanna (si veda La maledizione della prima luna) — e lo innesta con naturalezza nell’universo di Harlan & Co. (riprendendo l’ottimo Dampyr n.113, La nave fantasma), scegliendo però la strada più lineare possibile. Giulio Antonio Gualtieri costruisce una trama agile, scorrevole, che procede senza strappi né sorprese, ma anche senza veri guizzi.
Il senso di prevedibilità accompagna la lettura dall’inizio alla fine: i passaggi narrativi sono chiari, le svolte annunciate, l’esito finale facilmente intuibile già a metà albo. Non c’è nulla che stoni, ma nemmeno qualcosa che resti davvero impresso. È uno di quei numeri che svolgono onestamente il loro compito, riempiendo uno spazio nella serialità senza incidere sulla mitologia complessiva o sui personaggi.
A fare la differenza, ancora una volta, è il comparto grafico. Simone Delladio conferma un tratto pulito, leggibile, estremamente efficace nelle scene d’azione e nei momenti più concitati.
I suoi personaggi sono espressivi, le sequenze marine funzionano e l’atmosfera cupa delle profondità restituisce dignità visiva a una storia che, sulla carta, rischiava di scivolare via senza lasciare traccia.
Un episodio di passaggio, dunque, prevedibile e in fondo anche superfluo, ma comunque piacevole da leggere, soprattutto grazie ai disegni.
Dampyr n.228 “La serva”
di Antonio Zamberletti, Fabrizio Russo
Marzo 2019
Antonio Zamberletti, al suo esordio sulla serie regolare, riprende l’enigmatica figura storica della Contessa Erzsébet Báthory associandola alla Non-morta Dorka per un intreccio horror essenzialmente lineare, privo di particolari snodi o sorprese, con la caccia alla vampira che procede senza deviazioni, seguendo uno schema ormai collaudato.
A rendere il racconto più interessante è però la scelta della voce narrante affidata dell’ex commissario ungherese che rievoca gli eventi a posteriori, introducendo così un taglio quasi hard boiled che dona una tonalità noir su un impianto horror classico. È un’idea suggestiva che dona spessore a una storia altrimenti prevedibile.
Sul piano grafico, Fabrizio Russo conferma la sua affidabilità con tavole pulite, atmosfere efficaci e scene action chiare e dinamiche.
Dampyr n.229 “Kurjak, il vampiro”
di Giovanni Di Gregorio, Fabio Bartolini
Aprile 2019
Giovanni Di Gregorio, sin dalle premesse, gioca apertamente con le aspettative del lettore facendo leva sulle recenti – e crescenti – preoccupazioni per le sorti di Emil Kurjak, salvo poi rivelare il tutto, in modo per certi versi prevedibile, come un pericolo più contingente.
Il risultato è un albo che funziona come capitolo di contorno con il ritorno di Alel, il Collezionista (Maxi Dampyr n. 5, intitolato appunto Il collezionista), inserito all’interno di una storia dinamica ma priva di particolari colpi di scena.
Anche sul piano emotivo il coinvolgimento non è totale. Il rischio di perdere Kurjak non viene mai davvero metabolizzato da Harlan e Tesla, che sembrano affrontare la possibile tragedia con una freddezza quasi rassegnata. In questo senso, i disegni di Fabio Bartolini, corretti ma distaccati, contribuiscono a un senso di ieraticità che smorza il pathos.
Dampyr n.230 “Le ragazze di Mahogany Hall”
Dampyr n.231 “La città dell’uomo nero”
di Mauro Boselli, Nicola Genzianella
Maggio – Giugno 2019
Con questa storia doppia prende finalmente corpo, in modo esplicito e strutturato, il lungo capitolo dedicato ai Grandi Antichi. Dopo anni di avvisaglie, allusioni e deviazioni laterali, Dampyr entra nel vivo di una macrotrama ambiziosa che Mauro Boselli sceglie di costruire con pazienza, evitando accelerazioni premature e affidandosi a un disegno narrativo stratificato e complesso.
Il punto di partenza è volutamente marginale: l’indagine di Jim Fajella e Michelle sulla scomparsa della sorella Carmen, inghiottita dal sottobosco della prostituzione. Ma, man mano che i personaggi entrano in scena, il quadro si complica: la malattia di Kurjak, la manipolazione di Harlan da parte di Eisheth Zenumium, il ritorno di Baron Samedi, la ricerca parallela di Agrat Bat Mahlat. Le linee narrative si moltiplicano, si intrecciano e, progressivamente, rivelano il loro ampio e stratificato disegno.
Quando il racconto si apre al viaggio interdimensionale, il tutto continua così a mantenersi in equilibrio. La narrazione continua infatti a scorrere interessante inserendo con naturalezza il topos del viaggio degli eroi e inaugurando un’escalation epica che convince tanto per la gestione dei personaggi (in particolare Kurjak) quanto per la resa dei luoghi.
Le atmosfere, i personaggi e i luoghi lovecraftiani – Nyarlathotep, Ulthar, Dylath-Leen – sono evocati con misura e coerenza, e il ciclo dei Grandi Antichi acquista finalmente lo spessore di una vera macrotrama portante.
Il tutto è magnificamente sostenuto dai disegni di Nicola Genzianella, che rendono l’avventura leggibile, viva e carica di suggestione per un primo capitolo che funge sì da incipit ma che già pone delle ottime basi per quanto andrà a dipanarsi.
Dampyr n.232 “La compagnia guerriera”
Dampyr n.233 “I Grandi Antichi”
di Mauro Boselli, Maurizio Rosenzweig
Luglio – Agosto 2019
Mauro Boselli evita, in questo passaggio cruciale del ciclo dei Grandi Antichi, l’effetto replica dell’ultimo scontro con Alastor (Dampyr n.173-174, Il segno di Alastor / Il trono del dio oscuro) e imposta il racconto su un lunghissimo prologo, fatto di alleanze ambigue, manovre infernali e preparazioni strategiche. Una scelta coerente sul piano concettuale, ma che inevitabilmente rallenta il ritmo e attenua, almeno nella prima metà, il senso di epica che la situazione prometterebbe.
L’ambientazione e il cast sono imponenti: la Compagnia guerriera, i coloni di Khandaria, le tribù Vendias, i Principi dell’Inferno, Caleb e Nikolaus, Harlan, Kurjak, Tesla e Savnok, fino all’ingresso in scena dei Grandi Antichi. Il racconto si fa corale, a tratti persino affollato, ma riesce comunque a mantenere una discreta leggibilità, grazie a una scansione chiara delle linee narrative e a un uso attento dei personaggi principali. Ai secondari, per forza di cose, viene lasciato – sul finale – ben poco spazio.
La seconda parte risulta più convincente, soprattutto per le rivelazioni sulle gerarchie infernali e sui rapporti di potere che regolano questo conflitto su scala cosmica nonché per l’entrata in scena di Nyarlathotep. La presenza di Draka è determinante come espediente narrativo ed è interessante l’uso di Savnok come guida. Più problematica, invece, la gestione di Alastor, figura che appare ormai logorata e reiterativa. Alcuni momenti di cameratismo funzionano bene, così come gli scontri sul finale, finalmente più serrati e visivamente incisivi.
Maurizio Rosenzweig offre un lavoro alterno ma spesso efficace: ottima la resa della fisicità nei combattimenti e l’impatto visivo di Cthulhu e delle altre divinità, meno alcune tavole che appaiono rigide o poco rifinite. Il finale aperto, la sottigliezza di Nyarlathotep e il ruolo ambiguo di Kurjak lasciano tutto in sospeso e chiudono la doppia con un cliffhanger importante.
Dampyr n.234 “”Le torri di Carcosa””
di Mauro Boselli, Corrado Roi
Settembre 2019
La saga dei Grandi Antichi entra nella sua fase terminale e Mauro Boselli sceglie di non accelerare, bensì di costruire un climax fatto di suggestioni, presagi e atmosfere. Carcosa riemerge come luogo mitico e destabilizzante, città ai confini del tempo e della logica e si fonde con la continuity dampyriana in maniera ancora più forte andando ad invadere il Mondo del Crepuscolo. Un registro quasi cosmico, dove l’orrore si fa quasi metafisico.
Il racconto procede in modo inevitabile, persino prevedibile nei suoi snodi, ma funziona proprio perché non punta sul colpo di scena bensì sul senso di attesa, sull’impressione che tutto stia convergendo verso un epilogo già scritto eppure ancora inafferrabile. Xeethra, Cassilda, il Marchio Giallo, Kurjak e la Pallida Maschera della Verità e Nyarlathotep si intrecciano con misura mettendo in scena l’immaginario lovecraftiano in attesa del Re in Giallo.
È un albo di transizione, sì, ma tutt’altro che un semplice intermezzo con il fascino di Draka, l’eroismo di Harlan e dei suo e il tratto di Corrado Roi che rendono la narrazione quasi evanescente, sospesa. Perfetta per un capitolo che vive di atmosfera. Un preambolo elegante e inquieto che prepara con intelligenza lo scontro conclusivo.
Dampyr n.235 “Il Re in Giallo”
di Mauro Boselli, Luca Rossi
Ottobre 2019
La bella copertina di Enea Riboldi annuncia con solennità l’ingresso definitivo del Re in Giallo, e Mauro Boselli chiude qui il vasto capitolo del ciclo dei Grandi Antichi con un’avventura conclusiva coerente con quanto costruito negli ultimi numeri. Ritmo compassato, quasi teatrale, più interessato alla suggestione che all’esplosione spettacolare.
Avviene, in effetti, tutto ciò che ci si aspettava. Kurjak viene liberato dalla Pallida Maschera – e dal tumore – grazie al ruolo determinante di Ann Jurging; Rabten ritorna per essere definitivamente eliminato; la minaccia di Nyarlathotep si consuma in un epilogo che salva i protagonisti senza lasciare strascichi irreparabili.
Il viaggio attraverso i mondi e i personaggi lovecraftiani, questa volta condotto da Ambrose Bierce, è sempre affascinante, anche se l’inserimento messicano e la parentesi rivoluzionaria risultano talvolta dissonanti rispetto all’urgenza cosmica della vicenda, sottraendo spazio a un finale che, dopo tanta preparazione, si risolve – in fin dei conti – in poche pagine.
Ed è qui che lascia la sensazione di un enorme movimento di forze — demoni, amesha, divinità indicibili — che si riduce, alla fine, a un salvataggio complesso ma circoscritto. Carcosa svanisce e Nyarlathotep stesso sembra non aver previsto la fragilità del suo stesso teatro. Un esito concettualmente interessante, ma narrativamente meno appassionante di quanto le aspettative altissime lasciassero sperare.
Resta però la qualità del racconto, qui valorizzato dai disegni di Luca Rossi che offrono un lavoro di altissimo livello, capace di rendere credibili tanto l’onirico quanto l’orrore cosmico. Non è una chiusura fragorosa, ma una chiusura coerente: evanescente, inevitabile, e forse proprio per questo perturbante. I Grandi Antichi non sono sconfitti per sempre, solo rimandati.
Dampyr n.236 “L’amica mortale”
di Giorgio Giusfredi, Alessio Fortunato
Novembre 2019
Episodio che lavora soprattutto di atmosfera con Giorgio Giusfredi che sceglie di scavare nel passato di Ann Jurging e nel legame con gli incubi della sua l’infanzia in un racconto che ha il sapore dell’omaggio, non tanto alla continuity quanto al personaggio stesso e alle sue ferite. L’ambientazione nella foresta tedesca, le ballerine, i rituali, le visioni, tutto richiama un immaginario argentiano evidente, con echi di Suspiria e, più in generale, di quell’horror anni Settanta sospeso tra fiaba e incubo (The Wicker Man).
La trama resta piuttosto lineare e, in fondo, riprende dinamiche già note con il ritorno di un’ombra legata a Helena Morkov e l’emergere di una nuova minaccia che sa di derivazione più che di reale sorpresa. Ma la storia in fin dei conti funziona perché non punta sul colpo di scena, bensì sul clima e sulla tensione emotiva di Ann, sempre più centrale, anno dopo anno, nelle dinamiche della serie.
A colpire è anche il lavoro di squadra: Harlan, Tesla e soprattutto Kurjak, rivitalizzato dopo la parentesi dei Grandi Antichi, trovano ciascuno un ruolo determinante, confermando quanto Dampyr sia fortemente un fumetto corale.
Il vero valore aggiunto, però, sono i disegni di Alessio Fortunato. Le sequenze di danza, le ombre, i volti deformati dall’incubo restituiscono un’inquietudine visiva potentissima, con suggestioni che arrivano fino al Suspiria di Guadagnino. E il finale, con quell’abbraccio allo spirito dell’amica perduta, riesce persino a essere sinceramente toccante. Un albo forse non innovativo, ma intenso, elegante.
Dampyr n.237 “Krampus!”
di Francesca Scotti, Claudio Falco, Fabrizio Longo
Dicembre 2019
Episodio che si muove con sicurezza lungo uno dei filoni più classici e collaudati di Dampyr: il folklore locale che si intreccia con il soprannaturale. Francesca Scotti e Claudio Falco costruiscono una vicenda lineare ma solida, ambientata tra i borghi del Nord Italia, dove il confine tra il rito popolare del Krampus e l’ombra di vecchi nemici si fa fortemente ambiguo.
La storia procede senza particolari sorprese, ma con un ritmo costante che evita appesantimenti e dispersioni. Sophie Mutter e il suo fidanzato Angelo Sanna indagano sul folklore altoatesino, ma una sottile minaccia li convince a chiamare Harlan.
Le digressioni sul folklore sono ben dosate, funzionali all’atmosfera e mai invadenti, mentre il ritorno dell’ombra di Nergal inserisce il racconto in un contesto dampyriano più ampio, senza snaturarne l’impianto autoconclusivo. Non c’è la pretesa di innovare o di incidere sulla continuity, e probabilmente è proprio questa consapevolezza a rendere l’albo efficace nella sua semplicità.
A fare la differenza è soprattutto il comparto grafico curato da Fabrizio Longo, che restituisce con grande sensibilità una costante atmosfera notturna, sospesa tra incubo e tradizione. Le viuzze dei paesi alpini con le maschere demoniache dei Krampus diventano elementi narrativi a tutti gli effetti, capaci di evocare un senso di minaccia latente che accompagna la lettura dall’inizio alla fine.
