dall’archivio di uBC · 1996–2016Recensione · Eroi Bonelli

Le apparenze ingannano. . .

Dylan Dog n.217 “Il grande sonno”

pubblicato
29.10.2004
lettura
3 minuti
Copia anastatica dell’originale
: voto originalescala 1–7
Soggetto4/7
Sceneggiatura5/7
Disegni6/7
globale69%
in questa pagina · 3 sezioni
  1. Testi
  2. Disegni
  3. Globale

Testi

Fin dalla prima vignetta Dylan, attraverso il suo diario, comincia a spiegarci come stanno le cose. Niente di strano, sembrerebbe. E invece no, bastano poche parole, il modo sarcastico con cui ironizza sul proprio lavoro e sulla realtà, per farci capire che non sembra il solito Dylan. Poche tavole, e ci convinciamo che non è il solito Dylan. Ma l'arcano è spiegato presto. Per una volta, gli è capitato un caso 'normale' e questo lo spinge a riconsiderare il suo ruolo. Vuoi per l'attrazione che suscita in lui la cliente, anche lei insolitamente normale, vuoi per la suggestione di poter seguire le orme di illustri predecessori, Dylan si lascia attrarre da una nuova prospettiva di carriera, ma soprattutto da una svolta personale, e si trasforma in un novello Philip Marlowe.

Segue le tracce del suo uomo, un poco di buono, negli ambienti malfamati della malavita e delle scommesse, incontra un informatore, paga una portinaia per ottenere qualche notizia e si scontra con un pregiudicato, sua vecchia conoscenza, in un'atmosfera da noir resa ancora più cupa dalla presenza di personaggi non proprio tranquillizzanti, come i padroni di casa della sua cliente. Ma niente è come sembra, e il destino di Dylan è quello di essere l'indagatore dell'incubo, non c'è niente da fare. E quindi, da una pagina all'altra, l'apparenza, l'atmosfera noir e l'indagine normale, si sgretolano, per lasciar spazio ad un serial killer, agli adoratori di un demone e ad un'armata di zombie. Anche Il grande sonno del titolo si dimostra tutt'altro.

E perfino l'epilogo, che sembra degno di un hard-boiled, con il poco di buono dal cuore puro che si riscatta perdendo la vita, lascia spazio ad un finale decisamente diverso.

Tito Faraci, amante del noir (è l'autore, tra l'altro, di 'Topolino Noir'), prova a reinterpretare Dylan in questa chiave, ed è un'operazione tantopiù interessante non solo perchè mostra come potrebbe essere un 'altro' Dylan (nel progetto presentato in origine da Tiziano Sclavi, Dylan Dog era un detective da scuola dei duri) ma anche perchè questo albo è un mezzo attraverso cui l'autore riconsidera se stesso all'interno dell'universo dylaniato.

Più volte, nel recente passato, è stato notato come Faraci abbia molto da dire nelle sue storie ma non sempre riesca a centrare lo spirito della serie e soprattutto del personaggio. Con 'Il grande sonno', l'autore prova a rileggere il personaggio da un altro punto di vista (e per una volta evita il confronto diretto con il 'vero Dylan').

Esperimento molto interessante e meritorio, purtroppo non perfettamente riuscito, essenzialmente per un solo motivo: Dylan ha già nei propri cromosomi il noir, in certi frangenti forse più dell'horror.

Il risultato è che l'evolversi della vicenda noir, a conti fatti, è molto più 'dylaniato' del finale horror (horror/fantasy, a dire il vero), in certi casi sembra di assistere ad un'indagine tradizionale di Dylan (che in molti casi, soprattutto nel passato, seguivano una procedura da poliziesco classico). E ancora una volta, quello che dovrebbe essere il 'vero' Dylan, con mostri, zombi e demoni, lascia un po' perplessi.
Ma in fin dei conti il bello di questa storia è proprio questo: ci mostra come Dylan Dog debba, in una certa maniera, più a Chandler che a Lovecraft.

Disegni

Globale

Nel complesso un albo ricco di spunti di riflessione e di innumerevoli citazioni (a questo proposito, vedere anche la scheda della storia), a suo modo una sorta di What if, sicuramente diverso e meno immediato rispetto a quello, vero e proprio, firmato da Paola Barbato nel recente Speciale, ma per certi versi più interessante, perchè riguarda lo status di personaggio e non quello di persona. Esperimento lodevole ma che perde colpi nel finale e non può considerarsi del tutto riuscito, per i motivi detti sopra.

La copertina di Stano è molto bella in sé, soprattutto per i colori, anche se sarebbe stata più indicata una cover che riprendesse lo stile e l'atmosfera emanati dall'albo (e dal titolo).

GD