Testi
Tutte le ultime fatiche di Tiziano Sclavi non sono tipiche storie bonelliane. A fare i faciloni, sono strane. Al di là dei pochi commenti letti in Rete, al di là delle lettere che possono arrivare in Via Buonarroti, non ho sinceramente idea di come la gran massa del pubblico dylandoghiano possa reagire di fronte alle stranezze di Sclavi: i finali "insensati" (cfr. "Apocalisse" e "Il cane infernale"), i mille, stordenti, calambour dei dialoghi, i dettagli che non tornano nelle indagini di Dylan, i personaggi verbosissimi e per nulla verosimili. Ho come il sospetto che il pubblico pagante tenda e tenderà a rifiutare questo tipo di storie come inqualificabili stranezze, a chiudere l'albo, a spegnere il cervello trincerandosi dietro un tranquillo "non ci ho capito niente!". A preferire l'ordinario tran tran degli onesti artigiani dei testi che si sbattono perché la serie sforni le sue 21 storie annuali (12 regolari + 1 speciale + 1 albetto + 4 "giganti" + 3 "maxi"), manierando ancor di più lo Sclavi di maniera: gialli soprannaturali, con un pizzico di retorica, qualche bella figliola, quattro barzellette di Groucho, qualche novello Frankenstein che pasticcia con la scienza, l'autoironia di Bloch...
E' un diritto del pubblico pagante rifiutare le autorali svirgolate di un Autore. E' un peccato, però, che molti ex-lettori di Dylan Dog continuino ad affermare che dopo il n.100 la serie ha offerto solo schifezze, amanti offesi e umiliati proprio da quell'anniversario che aspettavano forse con troppa ansia. Ed è quasi una bestemmia che molti ex-cultori del personaggio, monomaniaci al punto da citare a memorie le battute di Anna Never o da contare quante volte Wells pronuncia "anzichenò" nelle sue comparsate, oggi non riescano a cogliere la ricchezza delle nuove storie del nuovo Sclavi, e le rifiutino aprioristicamente.
Disegni
Se Sclavi ha scelto di affidare tutte le ultime storie a più alto "peso specifico" degli ultimi anni (da "Finchè morte non ci separi" a "Lassù qualcuno ci chiama" a questo "Ghost Hotel") alla matita di Bruno Brindisi, un motivo ci sarà. E francamente non ci vuol molto a scoprirlo.
Il suo segno è più classico di quello di altri illustratori dylaniati, lontano dai neri tormentati di Corrado Roi, ma anche dai volti scavati di Giampiero Casertano. E' un segno meno inquietante, ma ugualmente perfetto nel rendere le atmosfere che la prosa di Sclavi richiede.
Merito della sua assoluta padronanza della figura umana e dell'espressività dei volti: mefistofelico e beffardo Darknight, sbruffona e sicura di sé la reporter Kowalsky, malinconici e rassegnati i suoi fantasmi, sereno e dolente l'ex-boia Crane.
Disegna bene i belli, disegna bene i brutti, disegna bene gli ambienti. E' bravissimo a non far soccombere la parte grafica sotto i testi soverchianti di Sclavi, è bravissimo a passare da chine coprenti a neri più smumati. E' bravissimo e basta. Ed è pure veloce.
Non lo gratifichiamo col massimo assoluto solo perché ci aveva già abituato troppo bene. Fossero solo questi i difetti in casa Bonelli...
Globale
Dylan Dog è una serie che ha sempre avuto molti volti, molte anime: basti pensare alla differenza abissale di tematiche e sensibilità che corre tra gli episodi eletti dai lettori come loro totem. Dal pietismo non retorico di "Johnny Freak" alla poesia de "Il lungo addio", dal serial killer di "Memorie dall'invisibile" al metafumetto di "Morgana", e via dicendo.
La nuova vena creativa di Sclavi si pone in un solco ancora diverso. Se proprio dovessimo cercargli un "antenato" tra gli albi di antica data, allora io sceglierei "Dopo Mezzanotte": in quella storia, Sclavi inanellava una serie di personaggi sconclusionati e grotteschi e cacciava Dylan in un tunnel continuo di situazioni spiazzanti e sorprendenti, il tutto legato dalla solita, tipica di Sclavi, giocosità dei dialoghi. Nelle "nuove" storie, abbandonata la compattezza narrativa che anche storie come quella possedevano (e che anche altre storie apparentemente folli come "Storia di nessuno" avevano), Sclavi si abbandona a suggestioni multiple, sfilacciate, sempre disonterianti per il lettore, che non fa in tempo a ipotizzare uno sviluppo senza che la storia lo beffi con una repentina svolta. Le svolte sono eccessive, spesso ridondanti e autocompiaciute, ma in un panorama bonelliano fatto di tante storie buone, buonine, discrete e carucce eppure terribilmente prevedibili e risapute, le allegorie di Sclavi sono una manna dal cielo. Rileggete quest'albo 10 volte e 10 volte noterete spunti nuovi. E 10 volte vi troverete a chiedervi senza risposta a cosa allude una certa frase di Dylan, un certo passo della filastrocca o una "frase storica" di uno dei fantasmi.
E se invece dovessimo cercare un paragone cinematografico, allora mi viene in mente il geniale Emir Kusturica, i cui film sono percorsi da un'inestinguibile invenzione visiva, così come le sceneggiature di Tiziano Sclavi sono percorse da un'inestinguibile invenzione linguistica. E i cui film sono assolutamente imperfetti, tanto imperfetti da risultare imperdibili.





