“Le avventure di Pinocchio” illustrate da Lorenzo Mattotti

Storia di una meraviglia

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Debbo aver letto Pinocchio al più tardi verso i sette, otto anni, e sicuramente in una qualche edizione adattata per i bambini; naturalmente, ho poi assorbito e riassorbito la storia, come quasi chiunque, attraverso le innumerevoli trasposizioni che l’opera ha avuto in ogni medium inventato dall’uomo. Pinocchio vive, disperso, in ogni dove della nostra sfera culturale; ci perviene in pratica per osmosi.

Come è ovvio, questo Pinocchio è reinterpretato, ripensato, rimodellato, ricostruito e rimasticato secondo ciascuna di tali trasposizioni, ciascun intersecarsi e ibridarsi delle trasposizioni tra loro e con il racconto originale; secondo quanto di tutto ciò filtra al ricevitore ultimo secondo le sue sensibilità e capacità di comprensione.

Rileggere il libro di Carlo Collodi in età adulta, consapevolmente, in edizione integrale, è un abbeverarsi alla fonte originale di una delle più grandi storie moderne fabbricate dall’uomo.

Pinocchio fa discutere da quasi un secolo e mezzo, ne sono state ipotizzate e date innumerevoli chiavi interpretative, lo si è sezionato per comprenderne i meccanismi narrativi e i significati nascosti. 

Probabilmente vi è del vero (e senza dubbio del fascino) in ciascuna lettura che se n’è fatta; per me trovo già ampiamente soddisfacenti quelle più evidenti e affioranti. Iniziando: l’esatta e spietata descrizione, pressoché naturalistica seppur dissimulata dal mascheramento favolistico e dal divisamento allegorico, della società italiana del tempo; una società povera, della fame, di iniquità e sopraffazioni, di minuta e grande criminalità, di truffatori e di uno Stato dedito alle soperchierie più e meglio dei malandrini – eppure una società viva e vivace, mai doma e sempre in lotta con il destino, con lo Stato di cui sopra e con furbi e malfattori della più varia specie. A seguire: il percorso iniziatico e formativo del burattino che finirà per farsi uomo, o meglio ragazzo (e qui una lettura alchemica, come la si è veduta da certuni, ci sta).

Ma per quanto fascino abbia la caccia al significato più o meno recondito o celato delle avventure di Pinocchio, questo cede il passo al semplice incanto della lettura delle sue pagine. 

Un incanto che, in realtà, non ha nulla di così semplice: immergersi nel flusso del racconto è un’avventura di per sé, che in breve conduce ad abbandonarsi alla fantasmagoria di immagini e situazioni, di veri e propri quadri di vita alternati a funambolismi dell’immaginazione; le fantasie oniriche frammiste a squarci naturalistici, quotidiani.
Non è un caso che Pinocchio abbia scatenato il desiderio di pittori, illustratori, registi, fumettisti: è un racconto straordinariamente “visivo”, eccita nel lettore un vero e proprio bisogno dell’occhio, ed è facile comprendere l’urgenza di tanti artisti nel volerne tradurre la storia secondo i mezzi espressivi del proprio medium – la “necessità” di appropriarsene a fondo. E di fatto, accompagnare la lettura con le illustrazioni di Lorenzo Mattotti è ben più di una “coccola”: è una chiave d’apertura, e una guida, verso il cuore profondo dell’incanto che Pinocchio suscita. 

Incanto nell’incanto è poi la lingua di Collodi: a quasi centocinquant’anni dalla scrittura dell’opera, quell’italiano allora così semplice e giornaliero ha assunto i contorni di tutt’altra cosa, pur senza perdere i propri; quell’italiano ormai anticato, così toscaneggiante, assume un sapore che non è di nostalgia, ma di genuinità e autenticità.

Se ne apprezza, oggi, la grande ricchezza, terminologica e lessicale, e – una volta ancora – l’incisività visuale. Immediata e al tempo stesso sofisticata, la lingua di Collodi diventa a tratti lussureggiante: la descrizione di Mangiafoco è esplosiva, un pittorico trionfo verbale; quelle del Paese dei Balocchi come della città di Acchiappa-citrulli trasportano il lettore nelle strade, quasi a vederne i colori e sentirne gli odori; ascoltarne le grida.

Eppure, in egual modo, si piega all’occorrenza di rappresentare il carattere e l’animo di Pinocchio, l’umana ambivalenza del burattino che è di ciascuno di noi, il suo progressivo percorso di crescita e presa di coscienza di ciò che davvero conta nella vita, di quali siano gli affetti importanti per un uomo.

Perché a lungo Collodi ci descrive davvero un bel tomo, uno che senza dubbio sa anche accattivarsi la nostra benevolenza, ma quella che spesso ci troviamo a tributare al classico simpatico lestofante al quale perdoniamo molto più del dovuto perché ne intuiamo, nonostante tutto, il buon cuore – Pinocchio, ricordiamolo, è il bel tipo che fa secco il Grillo-parlante perché lo infastidivano i suoi rilievi (il Grillo poi risusciterà, ma è un’altra faccenda): viene quasi da definirlo un “Holden Caulfield dei poveri”, ante litteram – certo più empatico e simpatico, e anche coraggioso, ma con la stessa tendenza a dire e fare bestialità.

Vi è forse un segreto, di straordinaria semplicità, della grandezza di questa storia: il racconto ci descrive a noi stessi per come siamo, con schiettezza ma anche affetto; e ci descrive il mondo che abbiamo intorno e dobbiamo affrontare, con la stessa schiettezza, sapendo mostrarcene il luridume morale e materiale, ma senza trascurare o peggio ignorare quel che anche vi è di buono. E nel farlo, Collodi ha calato l’asso di una fantasia brillante, sbrigliatissima, architettando una commedia che davvero pare nata dai sogni di una fata. E così, Pinocchio mi convince, una volta di più, che quella grande “letteratura per l’infanzia” di un tempo sia in realtà una lettura che meglio si apprezza da anziani; non tanto e non solo perché se ne possano apprezzare dei piani narrativi che restano troppo elusivi per un bambino, ma perché da vecchi permette di ritrovare intatto lo sguardo del bambino, rivivere intatte quelle emozioni, senza per questo rinunciare allo sguardo dell’adulto: è una magia, se vogliamo chiamarla così, di poche grandi storie.

Certo, la fiammella del bambino deve ancora essere viva da qualche parte dentro di noi, viceversa è meglio leggersi un thriller, che tanto la letteratura moderna ne vende a un soldo al quintale.

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