BASTAAAAAAAAAAAAAAAA!!!
Ma com'è possibile che Dylan Dog goda di una tale "complicità" di massa? Va bene i lettori, che specialmente per questo tipo di fumetto, sono perlopiù accecati e assordati dal fanatismo, ma per la miseria, la critica.
Il punto è semplice: se faccio, non so, un film sugli androidi e ci metto un protagonista che chiamo Harrison, oppure se al limite faccio un horror il cui protagonista ha le mani di forbice, faccio una "citazione": nel secondo caso è un po' esagerata, ma diciamo che se non dico che lui ha le mani così perché il suo costruttore non lo ha finito in tempo, se non ne faccio un mago nel potare le piante e non lo faccio finire incastrato da un ragazzaccio geloso, ho solo raccolto un'idea.
Ma se scrivo una storia in cui un ragazzo scopre che l'innocuo signore della casa accanto era stato in passato un terribile criminale, e decide di non denunciarlo a patto che lui gli racconti le sue imprese passate, e tutto questo era presente in un racconto e in un film che ne era stato tratto, questo a casa mia, e credo a casa di quasi tutti i paesi che non si chiamino Italia, si chiama CO-PIA-RE!
Lo spunto è troppo originale per poter dire di essersi solo "ispirati", e qui aveva ragione, ahimé, Max Bunker, che in una vecchia storia di Alan Ford inserì una breve satira di DD, e menzionando le "citazioni" faceva appunto dire a qualcuno (non ricordo a chi) "questo una volta si chiamava scopiazzare".
Il punto è che Dylan Dog e Nathan Never sono ormai diventati una vera barzelletta, gli autori non hanno più nessuna idea, e attingono talmente a piene mani all' "ispirazione" che quasi ogni numero ha una parte della rubrica della posta che deve, appunto, riferire le "fonti d'ispirazione".
C'è solo da aggiungere che la colpa è - anche - dei lettori come me, che ormai da anni si accingono a leggere ogni nuovo numero di Dylan e Nathan come davanti a una condanna, ma continuano a comprarli perché sono talmente affezionati che si sentirebbero dei traditori se smettessero. E la mia utopia, in base alla quale un editore che capisce che un fumetto che non ha più idee dovrebbe farlo cessare anche se ancora redditizio, è, appunto, un'utopia.
risponde Alberto Lingua, autore della recensione
Caro anonimo,
per inquadrare correttamente il "misfatto" in questione è necessario precisare che il citazionismo, anche "spinto" al soggetto di partenza di una storia, fa parte del patto tra autore e lettore delle serie Bonelli fin dai tempi di Zagor: non è un meccanismo di per sé esecrabile, a volte è stato usato in modo intelligente, altre volte meno. In ogni caso è un elemento di Dylan Dog fin dai primissimi numeri, per cui è, nel bene e nel male, caratteristica del modo di scrivere di Sclavi (e degli altri sceneggiatori che, nel cimentarsi sul personaggio e con il suo modo di scrivere, si sono - chi più chi meno - confrontati).
Fatta questa premessa, va poi ricordato che l'attività del recensore non può certo limitarsi alla esclusiva misura del grado di originalità di una storia, ma deve prendere in considerazioni ben altri elementi, non ultimo il piacere che questa trasmette durante la lettura (e capirai bene che per questo non possono esistere parametri matematici o finanche oggettivi - a meno di non voler rispolverare gli improbabili grafici che si vedono all'inizio de "L'attimo fuggente" :-)).
Nel caso specifico de "Il discepolo" poi, nonostante la dichiarata ispirazione al racconto di King ed alla pellicola di Bryan Singer, non c'è parso di rilevare un plagio così netto come da te denunciato (ben altra responsabilità invece aveva avuto, ad esempio, De Nardo nel caso del maldestro adattamento di un racconto di Dick nel DD137 "La città perduta" - operazione ampiamente commentata da Paolo Ottolina nella recensione relativa) quanto piuttosto una sostanziale delusione sul debutto non particolarmente brillante di Tito Faraci sulla serie regolare, di certo non taciuta in fase di recensione (come il titolo della stessa testimonia).
Aggiungerei anche che se c'è una accusa che non può certo essere imputata alla redazione di uBC è quella della "complicità" con gli autori Bonelli: numerose sono infatti le recensioni nelle quali miei colleghi (spesso di più lunga militanza nelle fila di uBC) non hanno certo lesinato il ricorso alle "stroncature" (come nel caso della storia citata di Dylan Dog), senza contare inoltre che proprio l'argomento "originalità" è stato ampiamente affrontato in maniera assai critica dal lungo articolo "Sono solo citazioni" a firma di Francesco Manetti.
Riguardo infine l'idea di chiudere una serie in attivo e con un nutrito seguito di lettori, ci limitiamo a commentare che questa eventualità (raramente concretizzata persino nel mercato statunitense, dove alcuni autori [i soliti Moore, Gaiman, Ennis, Ellis, ecc…] hanno una maggiore riconoscibilità rispetto ai personaggi e possono conseguentemente trascinarsi il proprio pubblico anche cambiando serie o casa editrice) è ben lontana dalla filosofia della Bonelli che, anzi, proprio grazie ai proventi degli outsider Tex e Dylan Dog, riesce a mantenere in edicola altre testate, meno premiate dal pubblico ma osannate dalla "critica" (con ogni probabilità se la "critica" avesse tutto il potere che tu le attribuisci, Ken Parker sarebbe ancora vivo e vegeto… :-))

