Testi
Consiglio, a chi non conosca l’autore, di far precedere a quella di questa recensione, la lettura della bella scheda di Robin Wood realizzata da Marco Pesce.
Posto dinanzi a una nutrita serie di sfide, Robin Wood non ne vince nessuna in modo trionfale ma le vince tutte: riuscire a gestire un character difficile quale Groucho (forse la più dura); scrivere di un personaggio non suo - per il quale si trova a scrivere, per soprammercato, la più lunga storia di sempre -; scrivere una storia di lunghezza inusitata per lui; cercare di non rendere il personaggio troppo woodiano, e senza che questo portasse ad annullare la propria personalità a favore di una piatta aderenza agli stereotipi dylandoghiani.
Tutto questo ponendo una premessa fondamentale: nel momento in cui si chiama un'autentica guest-star come Wood a scrivere un albo speciale come è questo gigante di Dylan Dog (il nono, ma ricordiamo ancora una volta: il primo a contenere un’unica, lunga, storia), l'editore deve essere pienamente cosciente di volere una storia che evada dagli schemi consueti del personaggio, che si situi fuori continuity (per quanto senso questo possa avere in Dylan Dog); mentre al lettore - al lettore avvertito, quello che conosce Wood al minimo minimo di nome - si chiede di guardare alla storia per quanto vi possa essere, senza che si arrivi a stravolgimenti, di inconsueto rispetto al canone del personaggio: per il "tocco dell'ospite" appunto. Al lettore ignaro della carriera di questo "esordiente" chiederemo invece di voler dimenticare il Dylan Dog che conosce e di abbandonarsi al gusto di assaporare una storia inconsueta (ma non un "tradimento" delle caratteristiche della testata) e che resterà un’eccezione nella storia del personaggio.
Il punto è, dunque, se Wood sia riuscito a far suo il personaggio senza tradirne l’identità.
Era Dylan Dog, questo? Sì, lo era: seppure un Dylan Dog visto con l'occhio di Wood e fortemente in bilico per diventare qualcosa d'altro. Per questa speciale occasione, l’autore ha imbastito un soggetto portante non originalissimo (persino banale, se vogliamo: un’invasione di un’entità malvagia proveniente da un’altra dimensione), ma arricchito degli spunti più disparati (storie d’amore, di disperazione, sequenze parodistiche ed autoparodistiche, pseudofiabe) ed ha riunito il tutto a formare una sorta di mega-favola che pesca a piene mani nell'immaginario della cultura popolare. Egli è ben riuscito a far convivere tra loro tutti questi spunti, queste diverse sottotrame che intessono le pagine dell’albo, intersecandosi senza mai scontrarsi, riuscendo a diventare un tutt’uno armonico, assemblato con attenzione dall’ironia leggera che Wood utilizza per collante e cifra distintiva di questa storia e della propria interpretazione dell’indagatore dell’incubo.
Per chi conosce il personaggio, si può dire che ci troviamo alla presenza di una sorta di storia di Martin Hel molto dilatata, ma senza che si sfilacci e perda coerenza e appeal. Di Martin Hel c’è il glamour, ci sono elementi forse secondari ma che danno "coloritura" alla storia: si pensi alla ricerca di Dylan in biblioteca; all’esperto di occultismo, cui per giunta Wood dà il nome di Pablo Picasso, con uno di quei tocchi tra ironia appena accennata e surreale di cui a volte fa uso; c’è un dettaglio retorico ed anche delicato come quello dello scambio di rose tra Dylan e Vanessa (ma Robin Wood ha fatto di una sana retorica la cifra di tutta una vita artistica); c’è l’innegabile dimensione kitsch di alcuni dialoghi. C’è Giovanni Freghieri, che con Angel Fernandez, disegnatore di Martin Hel condivide il gusto per la figura femminile glamour.
Come si vede non si tratta quasi mai di elementi portanti della storia; il che permette, però, all’autore di inserire la propria personalità nella narrazione senza snaturare un personaggio di consolidata tradizione: Wood riesce a non forzare troppo la mano, e pur correndo per tutto l'albo sul filo, la vicenda mantiene la giusta dimensione dylandoghiana. Ma è proprio tutto questo che permette all’autore di inserire nell’ordito della narrazione quella fondamentale iniezione di ironia e soprattutto di autoironia. Molti i dialoghi e le scene in cui Wood - come sa fare - si mette a parodiare bonariamente la sua prosa abitualmente magniloquente. Operazione che di certo può essere apprezzata al suo meglio da chi conosca sia il Wood più classico - da Nippur a Savarese, da Dago a Mojado a Qui la Legione - sia il leggero e brillante commediografo della autobiografica Lei&Io (si consulti nuovamente la scheda dell’autore) .
Un gran minestrone, dunque? Sì, forse, ma gli ingredienti sono ben dosati e riempiono convenientemente le 236 tavole dell'albo.
Disegni
Da troppo tempo Giovanni Freghieri andava inanellando una serie di prove opache e affrettate (valga per tutte quella fornita in DD153 "La strada verso il nulla"); siamo perciò felici di poterlo rivedere in buona forma.
Il suo lavoro non è ai livelli cui seppe giungere diversi anni fa, rendendo in modo ammirevole tutto il fascino grottesco dell’ambientazione fantasy di Martin Mystère n.76/77, "Il Piccolo Popolo", tuttavia il suo disegno evocativo e fascinatorio è riuscito a cogliere in pieno tanto quel sentimento malinconico che fa da fil rouge alla narrazione, tanto i molteplici aspetti di cui Wood l’ha voluto rivestire.
L’uso, talvolta, di inquadrature dall’alto o dal basso, di particolari in dettaglio, il gioco ben calibrato dei chiaroscuri e degli effetti di luce sui volti e nelle vignette, rende suggestive molte tavole e arricchisce tanto il lato più fiabesco della storia che il suo aspetto più oscuro e orrorifico.
Ottimo il lavoro che Freghieri compie sui personaggi. Il Dylan che ritrae in questo albo è davvero malinconico, così come il suo Groucho è davvero un gentiluomo garbato e ricco di humour e ironia, Bloch determinato, Vanessa tormentata e fragile, Alhambra malevola, sensuale e pericolosa, Gorhan deforme, di una deformità fisica che si fa morale.
L’artista svolge il suo compito nel modo più corretto: narrando la storia senza indulgere in particolari "belli" e magari fuorvianti, che distraggono l’attenzione del lettore. Tavole e vignette sono concepite per trasmettere al lettore le emozioni e le sensazioni della storia, e tuttavia Freghieri riesce anche ad inserire qui e là, e in modo armonico e funzionale, alcuni saggi di virtuosismo grafico: quei volti femminili così intensi e misteriosi, quegli occhi che immaginiamo verdi, di un verde straordinariamente profondo, e lontani da affanni e preoccupazioni quotidiani, perduti in riflessioni ultraterrene.
Nell’economia di una buonissima prova, affiora anche qualche neo: ci sono volti (dei personaggi principali e non) affrettati e tirati un po’ via, talvolta quasi solo abbozzati (Lucas a pag.34, la sua guardia del corpo calva, Dylan a pag.48, Vanessa a pag.91, i tre "posseduti" a pag.143, Alhambra a pag.209), ma sono peccati veniali.
Globale
Di una cosa siamo certi riguardo a questo albo gigante: che sia piaciuto (come è stato per noi) o meno, non si può negare che sia un albo veramente speciale.
La lunghezza della storia (che d’ora in avanti dovrebbe essere la regola per i giganti) e la presenza di un ospite straniero della fama di Robin Wood ai testi hanno fatto de "L’esercito del male" un evento inconsueto per la storia di Dylan Dog.
Così come l’incredibile affastellarsi delle tematiche in un caos vitalissimo e la caratterizzazione insolita di Dylan e ancor più di Groucho hanno costituito quel quid in più che ha fatto di una storia buona ma non eccezionale, una storia "da speciale"; ovvero una merce - ahimé - fin troppo rara per le pubblicazioni fuori serie bonelliane (fatti salvi gli specials di Martin Mystère).
Peccato, però, che questo albo speciale - finalmente speciale davvero - sia stato un po' trascurato dalla SBE a livello redazionale. Perché non sfruttare, infatti, l'occasione e presentare adeguatamente ai lettori l'autore ospitato, così come avviene con Tex per gli artisti che realizzano i texoni? Forse che i lettori dell'indagatore dell'incubo non hanno gli stessi diritti di quelli dell'inossidabile ranger del Texas? :-)
Che altro? Una bellissima copertina di Stano, al quale la dimensione del gigante giova per profondità e cromatismo.






