dall’archivio di uBC · 1996–2016Recensione · Eroi Bonelli

Cavaliere di ventura? Che sventura.

Brendon n.1 “Nato il 31 febbraio”

pubblicato
29.06.1998
lettura
5 minuti
Copia anastatica dell’originale
: voto originalescala 1–7
Soggetto2/7
Sceneggiatura1/7
Disegni3/7
globale15%
in questa pagina · 3 sezioni
  1. Testi
  2. Disegni
  3. Globale

Testi

Partiamo dalle sensazioni della vigilia: le attese erano molte, perché, come afferma Sergio Bonelli in seconda di copertina: "Brendon non è certo nato negli ultimi otto mesi. La serie è stata ripensata e riveduta durante un periodo ben più lungo...". Infatti, da almeno 3 anni si sussurrava del lancio di questa nuova testata. L'ambientazione fantasy e la collocazione storica (un imprecisato dopo-catastrofe) erano sufficientemente nuovi nel panorama del fumetto popolare italiano, e aprivano interessanti possibilità. L'ideatore era il ben conosciuto, almeno dai dylandoghiani, Claudio Chiaverotti: anche i suoi numerosi i suoi detrattori devono ammettere che, pur non raggiungendo mai i vertici del genere, alcune sue storie erano apprezzabili (ricorderei almeno "Il mistero del Tamigi" DD n.49; "Partita con la morte" DD n.66; "Falce di luna" DD g3b). E che soprattutto, ha dovuto scontare l'inevitabile confronto con un vero e proprio totem come Tiziano Sclavi, tanto più su un terreno sfavorevole, ovvero su un personaggio creato da altri. Conseguentemente, si sperava che forgiando ex-novo un protagonista tutto suo, Chiaverotti avrebbe potuto liberare appieno le sue potenzialità (come, seppur tra luci e ombre, hanno fatto Manfredi e Ambrosini con i loro Magico Vento e Napoleone).

A tutto ciò si aggiungeva l'enorme, davvero infinita, potenzialità della serie: un'ambientazione del genere apriva qualunque soluzione narrativa, regalava moltissimi vantaggi all'autore e, insieme, ne azzerava quasi gli svantaggi. In un mondo come quello di Brendon, l'autore è un demiurgo senza vincoli: non ha bisogno di documentarsi perché non ci sono problemi di inesattezze storiche, geografiche, sociali; può attingere, con modesti adattamenti, a qualunque fonte per ispirarsi; può spaziare da storie di avventura pura ad altre in cui un'ambientazione fantastica si fa metafora per il mondo reale (penso in proposito a certe storie di La Neve sul defunto E.S.P.); può fomentare nei lettori la curiosità sui motivi che hanno portato la Terra a questo "Medioevo prossimo venturo", magari dosando sapientemente le rivelazioni dei personaggi; può gettare le basi per una continuity più o meno serrata, introducendo personaggi, gruppi, istituzioni intriganti e in conflitto.

Ebbene, terminata (con non poca fatica) la lettura di questo n.1, possiamo tranquillamente cestinare le aspettative e le speranze sopra illustrate. A costo di apparire trancianti nel giudizio, non ci troviamo qui davanti, come per altre serie Bonelli, a un n.1 modesto e dimenticabile, bensì davanti a un fumetto pacchiano, retorico, noioso, per nulla affascinante. A un fumetto brutto.

Il protagonista è il solito detective (nella versione "cavaliere di ventura", ma lo stilema della detective-story è sempre lì: cliente-caso-indagine-soluzione del caso). E' belloccio, tenebroso, ridicolmente "buonista" (si fa pagare per le sue missioni, ma restituisce i soldi a una povera madre che ha perso la figlia, cfr. pag.30), tombeur de femmes (la bella di turno non può fare a meno di andare a letto con lui, cfr. pag.77), fustigatore di soverchierie e castigatore dei malvagi, indomito e fortunato quanto basta.

Disegni

Beninteso, i disegni di questo numero sono, rispetto ai testi, di tutt'altra categoria. Gli ambienti sono ben delineati, zeppi di dettagli e di particolari, a volte perfino eccessivamente, tanto che la lettura delle vignette non è immediata. Gli stralci di città che intravediamo e, più in generale, le immagini "architettoniche" sono apprezzabili (ad es. la dimora di Brendon, o quel che si intravede di New Dream e di Adelphia).

Tutta da rivedere, invece, la rappresentazione della figura umana: il segno è piuttosto realistico e le magagne anatomiche saltano subito all'occhio. Le dimensioni delle teste variano in maniera quasi "random", gli arti assumono pieghe innaturali, le proporzioni e la prospettiva peccano spesso di misura. La resa dinamica è altalenante, alternando buone scelte (cfr. la striscia di pag.12) ad altre in cui i corpi sembrano estremamente rigidi, quasi dei fermo-immagine cui vengono aggiunte vistose linee cinetiche.

In certi passaggi il livello di dettaglio cade bruscamente (guardate alcuni volti di Brendon nel pestaggio alle pagg.59-65), ci sono dettagli errati (ciondoli, strappi e pugnali che scompaiono, il cerchio della Luna disegnato imperfettamente a pag.68 - per l'elenco vi rimandiamo allo speciale) e, più in generale, un uso disordinato e disorientante dei piani e delle inquadrature. Una colpa che, come altre, è da dividere con Chiaverotti...

Forse, visto che Rotundo non e' esattamente un novizio come disegnatore essendo apprezzato soprattutto all'estero, quest'albo e' stato disegnato in maniera affrettata e non con la solita cura. Sia come sia, il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi.

Bella e ben colorata la copertina di Roi, su cui nutrivo qualche dubbio come illustratore a causa del suo tratto molto elaborato.

Globale

Forse questo fumetto ha (volutamente?) un target basso-adolescenziale, e come tale difficilmente può incontrare i favori di lettori over 20-over 30. Eppure, molti lettori Bonelli hanno conosciuto, letto e amato fumetti come Zagor o Mister No intorno ai 10 anni: quelli erano fumetti "per ragazzi", eppure il livello qualitativo di Nolitta&C. era ben diverso da questo esordio.

Scrivere un fumetto "popolare", anche per ragazzi, non vuol dire far parlare i personaggi come i lagnosi ospiti di "Stranamore", non vuol dire infarcire i dialoghi di passaggi degni di Liala, non vuol dire ammorbare il lettore con spiegazioni pleonastiche.

Forse, ancora, questo fumetto vuole mettere l'accento sull'atmosfera, su un'ambientazione da intendere più un maniera metafisica che fisica: la Terra ridotta a una wasteland dell'etica, dei sentimenti, della compassione. E allora precisiamo: non sono certo le sciatterie del setting (v. sopra: carta che svolazza, manifesti, fonti di energia, etc.) la pietra dello scandalo. Se l'impianto voleva essere onirico, allora questa oniricità deve dichiaratamente risaltare da una serie di scelte coerenti dell'autore. Già solo le reiterate spiegazioni su ogni dettaglio della vicenda, dalle banali azioni di Brendon, alla storia di Werner e Ariel, al cattivo serial-killer, sono l'antitesi dell'impalpabilità su cui si deve fondare l'onirico. Le affettate battute di tutti i characters, poi, affossano quel poco di atmosfera che la parte grafica poteva contribuire a creare.

Tuttavia, Brendon potrebbe anche piacere, e vendere bene: glielo auguriamo (non c'è ironia), perché senza un Ramses o un "Va dove ti porta il cuore" non leggeremmo molti altri buoni libri, senza un Vanzina o un "Indipendence Day" ci perderemmo molti film d'autore.

Per concludere, una considerazione sul voto percentuale: un 15% è molto penalizzante, forse troppo. Ma ci è sembrato davvero poco equo attribuire più di 17% a questa storia: poco equo nei confronti di altri autori come Bepi Vigna (NN n.69, 17%) o Stefano Marzorati (MN n.267, 17%), i quali erano stati fustigati nei giudizi per lavori di gran lunga superiori a questo Brendon.

PO