Ma fu vera “gloria”? Quell’albo era davvero così brutto da meritare la reprimenda di un gruppo di inflessibili angry young men? A distanza ormai di quasi ventotto anni, confesso di aver avuto un cedimento senile ed essere stato preso della curiosità di rileggere la storia e verificare se e quanto fossimo stati troppo severi.
Sgombererei subito il campo da possibili equivoci: quel primo volumetto del personaggio creato da Claudio Chiaverotti è obiettivamente indifendibile come si presentò a suo tempo.
Difficile dire chi potesse (o possa) rappresentare il lettore di riferimento di questa sorta di sci-fantasy post-apocalittico, o più correttamente gotico all’amatriciana, ma non riesco a immaginarlo oltre un preadolescente appena uscito dalla scuola elementare – e purché sia di bocca molto, molto buona. Il racconto inizia con l’entrata in scena di uno sgualcito Klaus Kinski, in uno sgualcito frac, che si coccola tre grosse iene; e sin qui, per carità, così de botto risulta anche spiazzante, suggestivo.
Poi arriva Brendon “Occhioni Mascarati” D’Arkness che ci informa di “venire da lontano” e salva l’inevitabile bella fanciulla (mascherata, lei, non mascarata come lui); e da lì in poi è un’alluvione di citazioni e ammiccamenti letterari e cinematografici che riempirebbero mezza collana di John Doe, sequenze narrative che paiono uscite dai pensieri di Paperoga, personaggi costruiti con la profondità emotiva di un elettroencefalogramma piatto e, soprattutto, dialoghi che farebbero vergognare uno sceneggiatore di telenovelas.
Pensando, immagino, di dover emulare o ancor meglio superare Dylan Dog sotto il profilo della stranezza, e visto che il personaggio sclaviano è dotato di un bizzarro assistente con le fattezze di Groucho Marx, Chiaverotti piazza a fare il custode del castello di Brendon un automa/robot che ci viene detto tecnologicamente avanzatissimo, ma è costruito e addobbato come il pupazzo di un ventriloquo. Non mancano, come da contratto in questi romance indecisi se essere un po’ più dark o un po’ più pink, un paio di topolone mezzo o interamente svestite.
Su queste premesse e con tali materiali, tra uno sventramento e una sparatoria con coprotagonisti gli sgangherati adepti del culto demoniaco dei Figli di Shamain, il racconto si dipana verso il disvelamento del mistero dell’identità e del passato dell’enigmatica Ariel, il che avverrà nel corso di un classico spiegone bonelliano, il quale – a onor del vero – è condotto con un certo pudore, senza appesantire troppo la narrazione o, peggio, far rotolare a terra ciò che del lettore è rotolabile, come negli anni successivi diverrà sempre più frequente in Casa Bonelli.
A salvicchiare il salvicchiabile provvede Massimo Rotundo, che fa davvero un lavoro egregio nel fornire un’oggettività plastica e grafica alla fantasia di cartapesta del mondo di Brendon: se i personaggi – perseguitati dai testi messi loro in bocca e dalle descrizioni e canzoncine che intarsiano il racconto – non offrono alcuna vitalità né autenticità narrativa, tuttavia il tratto corposo e vigoroso di Rotundo fornisce loro (e alle ambientazioni del fumetto) una concretezza materica che li rende fisicamente credibili e giustamente teatrali.
In tutta franchezza, non avrei avuto il destro per scrivere alcunché se non fosse che a rilettura ultimata mi ha colto una riflessione amara: al tempo, questo albo ci (e mi) colpì così tanto e così in negativo che con gli amici di uBC ne scrivemmo l’intemerata di cui sopra, perché veniva a essere praticamente un unicum in negativo; oggi mi ha fatto la stessa impressione di tanti, anzi troppi, albi letti negli ultimi anni. Al tempo sembrò che fosse quanto di peggio la fucina di via Buonarroti potesse produrre (e ribadisco che davvero è una storiellina, un raccontino da dimenticare in fretta), ma oggi non è dissimile da molti racconti apparsi negli ultimi dieci e più anni sulle pagine di Tex, di Dylan Dog, di Zagor, perfino di Julia (taccio su Martin Mystère perché mi fa male anche solo pensarlo).
Non mancano per fortuna le eccezioni (ormai quasi scomparse su Tex e Zagor, ma quando su Dylan Dog si legge nel tamburino Bilotta o Porretto&Mericone si dormono in genere sogni tranquilli), ma la brendonizzazione di alcune testate si avvia ad essere un fatto compiuto.
Nessun effetto nostalgia dell’età un tempo verde: il racconto non mi è parso migliore di come lo ricordassi, mi ha solo turbato come mi sia apparso sinistramente organico al contesto bonelliano attuale.
Avevo pensato di rileggere anche il numero 1 di Brad Barron, ma a questo punto ho un po’ paura.
uBC ovvero unanimous Brendon Censure
Brendon n.1 – La recensione
Brendon n.1 – La scheda
La summa del Brendon pensiero
