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Aggiungi tanta acqua al brodo, caro. Tanta tanta!
Perché si legge una storia così? A questa domanda, e a quelle che ne conseguono, abbiamo già risposto (Il ciarlatano Almanacco del West 2012); e le risposte sono valide ora come lo erano allora. Non servirebbe aggiungere altro, in effetti: basterebbe cambiare il nome di qualche personaggio e sottolineare la differenza - l’unica confortante - tra il lavoro di Giacomo Danubio lì e Pasquale Del Vecchio qui. Il resto è noia, lì come qui.
È tuttavia giusto rispettare le regole di questo gioco e cavare in qualche modo il sangue di questa recensione dalla rapa di questa storia. Duecentoventi tavole sono davvero tante pagine, tante parole, il lungo e accurato lavoro di un disegnatore coi fiocchi: in duecentoventi tavole si può quasi racchiudere la storia del mondo, oppure spingersi così a fondo nell’analisi di un singolo fenomeno da non lasciarvi praticamente nulla di inesplorato.
A spanne, senza mettersi a fare i ragionieri, un centinaio sono di puro riempitivo. Senza voler calcare la mano, diciamo che sono un’ottantina: comunque un’enormità. Un nulla dilatato oltre misura, dove non avviene alcunché di rilevante, dove vi è solo un accadere meccanico di fatti narrativamente superflui. La lunga sequenza iniziale (quarantasei tavole), che pur presenta lati interessanti come l’esordio praticamente in medias res e alcuni apprezzabili preziosismi di sceneggiatura (pag.9, per dire), avrebbe tratto grande giovamento da un’asciugatura sostanziale: in metà dello spazio vi sarebbe stata più azione e meno noia; meno insistito compiacimento delle proprie risorse tecniche di scrittura e maggior dispiego di ars narrandi.
“La strada scelta è quella invece di sostenere una essenziale povertà di idee narrative”
La strada scelta, e ormai appare una scelta consapevole e convinta, è quella invece di sostenere una essenziale povertà di idee narrative - o forse la paura di osare - con tutta la potenza di fuoco (ma soprattutto la cortina fumogena) che deriva da un mestiere padroneggiato con accuratezza e sagacia. Che sarebbe auspicabile veder messe all’opera su una storia degna di essere ricordata. Il soggetto di Braccato! è invece pressoché inesistente. L’autore assembla un’esile storia di signorotti e sgherri di paese che si atteggiano a Geni Del Male riuscendo a malapena a far ridere i polli, e la innesta su un’avventura a solo di Tex, affiancandogli l’ennesimo, incolore pard raccattato per strada.
E fai attenzione alle Cattive Compagnie!
Il Pard Occasionale. È appunto questo pard raccattato per strada: un compagno d’avventura nel quale, quasi invariabilmente nelle storie dell’autore, Tex incappa, e che si trascina appresso lungo le pagine del racconto.
Gli autori succedutisi a Bonelli ainè sono stati quasi tutti caratterizzati da stilemi o figure ricorrenti: Bonelli jeune con il frequente snaturamento del personaggio e le conseguenti sgrammaticature rispetto alla sua storia; Nizzi, che partito dalla fedeltà al creatore del personaggio negli anni ne ha stravolto la creatura facendone un babbeo e abusando oltre ogni limite di figure "memorabili" come quelle degli Origlioni, tizi che ascoltavano dietro le porte e le finestre per poter poi immancabilmente riferire a chi di dovere ogni cosa; Boselli inserendo figure, queste sì memorabili, di personaggi esagerati, di cattivi a metà o di personaggi più complessi e ambigui del solito; Segura con un Tex immerso in un west molto più "sporco" e duro che d’abitudine, comunque fortemente atipico per il personaggio.
I risultati sono stati i più diversi, e ciascun autore ha avuto i suoi alti e i suoi bassi. Ciascuna di queste cifre stilistiche, laddove non è venuto meno il controllo sulla loro inserzione nel tessuto narrativo consolidato di un personaggio come Tex, ha prodotto grandi storie. Che possono più o meno piacere e risultare riuscite, ma che tuttavia si segnalano come memorabili: ovvero degne di memoria e che si fissano nella memoria. A puro titolo di esempio, vorrei ricordarne una per ciascuno degli autori richiamati qui sopra: El Muerto n.190-191 per Guido Nolitta/Sergio Bonelli; La ballata di Zeke Colter Almanacco del West 1994 per Claudio Nizzi; I sette assassini n.463-465 per Mauro Boselli; Lungo i sentieri del West Maxi Tex n. 13 per Antonio Segura.
Il ricorrere tanto frequente di pard occasionali accanto a Tex in luogo dei personaggi della sua saga è tale da configurarsi ormai come un’opzione strategica ricercata e perseguita per dei motivi propri, che però ci appaiono sconcertanti o quanto meno difficilmente decifrabili.
Forse l’autore si sente a tal punto insicuro da non azzardare l’uso di Carson, Tiger e Kit, affidandosi a rassicuranti (per lui) personaggi di propria fattura. Oppure è un modo obliquo e inconscio per marcare il territorio e dar vita a un Tex che si possa sentire come genuinamente proprio. Si dice anche che tali personaggi aggiungerebbero pathos alle storie poiché l’incertezza del loro destino manterrebbe agli occhi dei lettori una maggiore suspense.
“Perché mai il lettore dovrebbe preoccuparsi del sergente Burke o di Rufus?”
Sono tutte ipotesi possibili e altre se ne potrebbero fare. Ma tutte cozzano con una realtà di fatto: l’inconsistenza drammatica di ciascuno di questi personaggi. Perché mai il lettore dovrebbe preoccuparsi del sergente Burke o di Rufus? Personaggi come loro sarebbero stati liquidati in poche vignette da Bonelli père, come i puri espedienti narrativi, le macchiette che sono. E dilatare la presenza scenica e il peso narrativo di due pure macchiette all’intera storia non a caso è una delle scaturigini della noia che la lettura di questa storia induce nel lettore.
Si veda anche il flashback (alle pagg. 66-73: quasi otto pagine!) che nell’albo Partita truccata dovrebbe servire a caratterizzare Rufus e a mostrarci in qualche modo la genesi del suo attaccamento al sergente Burke e viceversa: non soltanto è del tutto inutile per la costruzione del personaggio, che è perfetto (si fa per dire) nella sua manifesta e manifestata essenza di ingenuo bambinone ipersviluppato e un po’ tardo, ma alla fine risulta anche un po’ insultante per quel vellicare tanto insistito ed evidente la pietà e i buoni sentimenti del lettore.
Duemila e passa anni fa avrebbero parlato di captatio benevolentiae, oggi possiamo circostanziare meglio con: ruffianeria. Il risultato non cambia: non vi è nessuna partecipazione emotiva alle vicende e al destino dei due pupazzetti. Ogni residua possibilità è fugata a posteriori dalla ridicola conclusione del racconto, con i due che si salvano da tredici (o quattordici) candelotti di dinamite neanche fossero Wile E. Coyote. Ricondotti a una sana dimensione macchiettistica Rufus e Burke emergerebbero sicuramente come simpatici cliché.
Stesso discorso per i "cattivi" della storia, adatti nella loro grottesca realtà più a storie di terz’ordine di Topolino che un racconto western di taglio realistico.
Giù botte!
Non sono le risse e le sparatorie un tot al quintale, qui sovrabbondantemente presenti, a fare di Tex ciò che è. Né l’insistente evidenziarne una dimensione fisica quasi ultraumana e il farla rimarcare a ogni piè sospinto da chi lo circonda, per mostrare al lettore una formale adesione al verbo glbonelliano (Vedete come è grande Tex? Vedete come sono bravo, come io lo capisco e so interpretarlo? Perché è così che è Tex, vero? Vero?!?).
Anche questo aspetto è presente nella storia fino a sfiancare la pazienza del lettore: il Tex rambesco che incontriamo a pag.17 di Partita truccata è l’epitome di questa correttezza politica.
E di sicuro non sono le badilate di espressioni colorite e fantasiose a fare di Tex ciò che è.
“non si può avere sempre un Mefisto o il Diablero, però si deve far di tutto per evitare un Neville o uno sceriffo Parker”
Sia chiaro: non è che tutte queste cose siano altro da Tex o stridano con il personaggio; anzi: esse fanno parte del suo DNA. Ma non rappresentano il suo aspetto essenziale: sono le guarnizioni che rendono esteticamente rifinito il personaggio. Però del personaggio deve esserci in primo luogo la sostanza. Una storia avvincente, dove ogni pagina abbia un senso nell’economia del racconto e non vi sia materialmente il tempo per dilungarsi e allungare la narrazione - se mai vi deve essere il problema contrario: come concentrarla. Personaggi che diano corpo alla storia, vivendo di luce propria e non come puri ammennicoli del racconto: non si può avere sempre un Mefisto o il Diablero, però si deve far di tutto per evitare un Neville o uno sceriffo Parker, figurette senza una profondità umana o il piglio del villain di razza. L’universo narrativo di Tex, articolato nelle sue semplici eppure formidabili ricchezza e complessità, che derivano da tre co-protagonisti che si vorrebbero fissi, ciascuno caratterizzato da una personalità ben precisa, ben distinta e profonda, passibile di essere esplorata e fatta affiorare al momento necessario; in più un contorno di personaggi, amici o avversari, più o meno ricorrenti e non meno caratterizzati.
Se mancano gli elementi che danno sapore agli ingredienti, cento pagine di schioppettate e cazzottoni lasciano il tempo che trovano.
Viva Villa!
Tex, infine: perché una storia può anche essere ottima in sé, tuttavia se manca la sostanza principale essa scentra il bersaglio. Tex può apparire sfuggente in questo senso, eppure è invece una presenza molto materiale ed evidente laddove vi è.
“Questa storia omette di considerare un dato vincolante di fatto: la storia pregressa del personaggio”
Questa storia non è ottima in sé, sia chiaro, ma come storia di Tex è peggiore, perché omette di considerare un dato vincolante di fatto: la storia pregressa del personaggio, che l’anno prossimo compirà sessantacinque anni. E che è arrivato a questo traguardo proprio in virtù della sua storia. Che può essere innovata, arricchita, se del caso perfino stravolta nell’occasione giusta. Ma non ignorata. E tanto meno formalmente omaggiata e poi sostanzialmente trascurata come accade qui. L’osservanza della lettera texiana qui si coagula in una esteriorità irritante.
Tex è grande, certo, ma non perché ce lo si debba ricordare fino allo sfinimento. Non perché debba comportarsi come fosse Superman o perché lo si debba necessariamente far agire come se sapesse di essere immortale. Tutto questo, sia chiaro anche qui, può essere fatto. Ma senza farsi accorgere dal lettore. Quando invece è la prima cosa che salta all’occhio vuol dire che alla storia manca la naturalezza. Vuol dire che il personaggio non è immerso in essa, ma vi è apposto.
Qui Tex è presente in tutta la sua "prepotenza" fisica e carismatica solo nelle due strepitose copertine di Claudio Villa, diversissime l’una dall’altra ma accomunate dalla tensione drammatica resa alla perfezione, dall’espressività delle figure e degli scenari, dalla centralità naturale di Tex (e la seconda cover più della prima), dalla potenza trattenuta della prima che si rispecchia nel dinamismo tumultuoso della seconda.
Bye bye, baby!
Se poi a tutto ciò si aggiunge il resto, ovvero la noia dei dialoghi, la prolissità di un raccontare privo di nerbo, i personaggi di contorno piatti e un soggetto insipido, allora non resta che tornare a chiedersi: perché si legge una storia come questa? Perché è l’ultima volta, vogliamo dire? Dopo tante, dopo troppe occasioni concesse si giunge al punto di rottura.
Con l’avanzare dell’età il tempo a nostra disposizione diventa prezioso perché va fatalmente assottigliandosi mentre la nostra consapevolezza del fatto si accresce. Prezioso il proprio per ciascuno di noi, non parlo in termini assoluti ;-). Il fatto però resta: un tempo prezioso non vogliamo più sprecarlo per occasioni che ci appaiono nulla aggiungere alla nostra vita, né rappresentare in alcun modo quel momento di piacere che il godimento di un’opera dell’ingegno umano dovrebbe essere.
Un buon Del Vecchio appare davvero troppo poco perché il tempo non sia stato speso infruttuosamente. Il lavoro del disegnatore è notevole, le sue tavole sono dinamiche e la resa plastica conferisce spessore e tridimensionalità a questa azione ben rappresentata e alle figure umane: i suoi personaggi sono vividi e la loro presenza sulla pagina è davvero fisica. La pulizia del tratto plasma una materialità piena ai corpi e agli ambienti. Sebbene occasionalmente il suo Tex appaia quasi caricaturale (pag.32-33 di Braccato! ) anche il nostro amato ranger viene ritratto da Del Vecchio con grande cura ed eccellenti risultati.
“ciò viene a evidenziare ancor di più la latitanza dell’anima del personaggio”
Paradossalmente, però, ciò viene a evidenziare ancor di più la latitanza dell’anima del personaggio. La bellezza, formale e sostanziale, del disegno si aggiunge alla correttezza puramente tecnica della sceneggiatura nel mostrare tutti i limiti di sostanza della storia narrata. Tex è lì, sulla pagina, ma quelle pagine e quel Tex sono puramente di facciata, dietro e dentro vi è una trama sottilissima che liquefa la sua già poca materia nell’inconsistenza degli attori.
That’s All Folks!
La sapienza tecnica ha un suo peso, naturalmente; nell’economia di una storia i cui elementi narrativi siano ricchi di pathos e i personaggi buchino la pagina essa può divenire preponderante, essere decisiva per rendere tali gli uni e gli altri. Laddove invece manchino di fascino e personalità gli attori, e gli avvenimenti siano un meccanico susseguirsi di fatti privi di attrattiva, quel peso si riduce praticamente a zero.
Volendo proporre un paragone letterario la lettura di questo Tex è come leggere una pagina di Alessandro Baricco: un abbagliante fuoco di fila di parole eleganti, rutilanti, tornite da un talento indubbio per la frase a effetto e la ricercatezza del vocabolo. Il tutto per non dire nulla o quasi.





