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Retorica. Prevedibile. Pretenziosa. Discontinua. Seriosa. Incongruente. Dispersiva. Fredda. Finanche, a tratti, noiosa. Sinceramente, siamo i primi a stupirci per la messe di aggettivi, non propriamente d'encomio, che l'ultima "tripla" di Mauro Boselli è stata capace di evocare al termine di una lettura che si preannunciava, sulla carta, esaltante, ma che è stata ampiamente delusa.
Siamo ben consci che la durezza del giudizio è dovuta anche al livello delle nostre aspettative, peraltro non del tutto ingiustificate. Tre albi; il ritorno di Laredo e delle ambientazioni di una delle migliori storie degli ultimi 15 anni (Sulla pista di fort Apache, a sua volta ispirata alla celebre "trilogia della cavalleria" di John Ford); una rivolta indiana capeggiata da un misterioso e carismatico Profeta; una droga che rende apparentemente invincibili; la presenza di un gran numero di personaggi pittoreschi; l'inusuale trio Tex-Kit-Tiger che lascia in soffitta il vecchio Carson: tutti elementi che Boselli avrebbe dovuto maneggiare con disinvoltura, per donarci un'altra delle sue riuscite avventure dal respiro epico e dal gradevole sapore di western classico. Infine, last but not least, l'esordio ai pennelli del greco Yannis Ginosatis, sul quale da tempo circolavano in rete indiscrezioni assai promettenti. Ebbene?
Ebbene, non esitiamo a dire che si è trattato di un'inaspettata, sgradevole doccia fredda, non soltanto sul fronte dei testi.
Discontinua
Il primo albo, va detto, non è niente male. Ha un ottimo inizio, che introduce efficacemente uno dei personaggi chiave dell'intera vicenda, e un Kit Willer in versione "Ombre rosse", purtroppo rapidamente accantonato. Pone, inoltre, interessanti premesse per i due albi successivi, con la folle missione punitiva del colonnello Cunningham e del suo eterogeneo -nonché ben caratterizzato- esercito di tagliagole, il cui sentiero finirà fatalmente per incrociarsi con quello di Tex. Con il secondo albo, però, entriamo in una lunga fase interlocutoria, che dovrebbe sia sviluppare le psicologie dei numerosi personaggi sia dipanare lentamente la doppia marcia di avvicinamento al covo di Revekti da parte di Tex e Cunningham, caricando la tensione in attesa dell'inevitabile incrocio fra i tre antagonisti. Purtroppo il ritmo latita, al contrario dei sovrabbondanti dialoghi, mentre i battibecchi fra gli uomini di Cunningham non riescono a non apparire posticci. Il terzo, infine, pare voler recuperare il tempo perso con il precedente, affastellando scontri e sparatorie quasi senza soluzione di continuità, fino a un concitatissimo finale e a uno sbrigativo "arrivano i nostri" à-la-Boselli, lasciando la palpabile impressione di una chiusura affrettata. Per questo abbiamo definito la storia...
Dispersiva
Un intero albo speso in buona parte fra dialoghi interminabili e tramonti nel deserto, e non si riesce a dare un minimo spessore a un personaggio come Revekti? Non era possibile trovare un miglior bilanciamento fra i capitoli per evitare di schiacciare nelle ultime 40 pagine del terzo albo più cose di quante ne accadano in tutto il precedente, lasciando una paradossale sensazione d'incompiutezza? Non è da oggi che sosteniamo che una non marginale responsabilità vada attribuita anche alla politica di editare le storie rigorosamente in albi completi, che le portano a essere di volta in volta stiracchiate o compresse per rientrare nel letto di Procuste delle 110 pagine e dei suoi multipli. Sarà indubbiamente un sistema comodissimo per incasellare le uscite nel calendario come tanti mattoncini Lego, soprattutto nel caso di Tex, che in quasi totale assenza di continuity vede gli albi pubblicati man mano che si rendono disponibili, ma la qualità del prodotto non sempre ne giova, anzi. Non sarebbe meglio se una storia finisse semplicemente quando è giusto che finisca, come accadeva in passato?
Pretenziosa
Le premesse erano quelle di un kolossal, una storia epica di quelle che escono ogni paio d'anni, da ricordare e conservare. Il risultato è molto più modesto. Ci sono, invero, anche parti ben riuscite, come più o meno tutto il già citato primo albo, alcuni scontri, l'attenzione posta alle dinamiche fra i diversi gruppi di personaggi (benché, a volte, sconfinanti nella pedanteria), ma in generale il livello va progressivamente calando, e poco giova la brusca accelerazione impressa nel terzo albo, che anzi ne accentua la sensazione di squilibrio e disomogeneità. Potremmo dire, semplificando, che se il primo albo è marcatamente "adulto", il terzo è più "adolescente", per dialoghi, scelte narrative, comportamenti e caratterizzazioni.
Che dire, poi, della gran quantità di personaggi presenti in campo e lasciati, per così dire, a metà? Laredo sembra l'ombra di sé stesso, un surrogato di Carson dal ruolo incerto; il figlio di Cunningham è un fantoccio che non muove né commuove alcunché; Parkman, con i suoi centomila pelosi (e inutili) tormenti interiori, risulta cordialmente stucchevole; gli indiani, poi, appaiono generalmente stereotipati, con l'eccezione di Ahwig; di Revekti abbiamo già detto, ed è forse la delusione maggiore; meglio, sicuramente, il gruppo dei farabutti, che tuttavia non può competere con i componenti della "banda degli innocenti" o degli "invincibili" o dei "sette assassini", ai quali si rifà in modo più o meno velato.
Non siamo mai stati pregiudizialmente avversi alla presenza di numerosi comprimari nelle storie di Tex, tratto distintivo e punto di forza dell'autore, ma non ci peritiamo di sottolineare quando, a nostro avviso, tale presenza sia ingiustificata o vada a detrimento gratuito dei titolari della testata. Quasi come se inserirli in gran numero a prescindere fosse diventato una sorta di cliché al quale Mauro Boselli ormai non riesce più a sottrarsi. Allora, a costo di ripeterci, domandiamo: ha senso riempire una storia di personaggi se poi non si riesce a gestirli e svilupparli adeguatamente, mentre per far loro posto si deve accantonare in partenza uno dei pards e sbarazzarsi di un altro con un discutibile espediente, salvo poi "riparare" nelle ultime quattro pagine con un telefonatissimo salvataggio in extremis? Già, perché non a caso questa storia è anche...
Prevedibile
Alzi la mano chi non aveva capito, un nanosecondo dopo il mancamento di Kit, che lo avremmo visto riapparire appena prima dei titoli di coda come Deus Ex Machina. Com'era chiara la fine che attendeva tutti gli accoliti di Cunninghan ed egli stesso, o che ci sarebbe stato un (affrettato e deludente) confronto finale fra Tex e Revekti. Ancora, la trappola nella quale cade Cunningham crediamo abbia stupito solamente lui, così come la fine del "grande sogno" degli indiani ribelli e l'esito del loro scontro con gli uomini del colonnello.
Sappiamo che la serialità ha le sue regole, in particolar modo su Tex, quindi le strade per divertire il lettore non sono molte. Una è quella di raccontare sempre la stessa storia puntando sui dialoghi, le situazioni e la simpatia dei protagonisti; un'altra, sicuramente più dispendiosa, è quella di subordinare i personaggi alla trama, puntando su intrecci sempre diversi e sui colpi di scena. Boselli appartiene alla seconda scuola e, in passato, si era spesso distinto nel riuscire a inserire elementi di sorpresa, di originalità, capaci di gettare una piacevole luce di novità anche su situazioni trite e ritrite, ma le idee, ovviamente, non sono infinite. Ora ci domandiamo: siamo di fronte a un semplice passaggio a vuoto, o all'inizio dell'inaridimento della vena creativa? La domanda si pone, perché per la prima volta abbiamo letto una storia di Mauro Boselli palesemente...
Incongruente
Il Tex di Boselli si è trovato molte volte in situazioni disperate, spesso ficcandocisi di testa sua, ma non si era mai portato come un incosciente che sottovaluta l'avversario che ha di fronte, quale che sia. Mai fino a stavolta, perché con tutta evidenza Tex imbarca sé stesso e i suoi compagni (di sventura?) in una missione suicida, non per cause di forza maggiore bensì per pura e semplice assenza di calcolo. Cunningham dimostra di avere una visione strategica più chiara della sua, radunando un piccolo esercito di tagliagole in gambissima e, comunque, conscio della disparità delle forze in campo. Senza il loro fortuito apporto Tex non sarebbe probabilmente nemmeno arrivato a vedere il covo di Revekti e, senza l'intervento provvidenziale del figlio, non ne sarebbe sicuramente uscito vivo. Figlio che, pure lui, possiede una ben maggiore assennatezza del padre quando gli dice «pensavo foste davvero troppo pochi per affrontare i seguaci di quel pazzo», e pensava bene, tanto da farci chiedere perché Tex non abbia predisposto la missione con maggiore oculatezza. Se poi consideriamo che, ironicamente, nel primo albo la paterna premura di Tex gli fa mettere fuori combattimento colui che sarà, nel finale, la sua salvezza, la nostra memoria non può non andare ai famigerati svarioni dell'autore che precedette Boselli al timone della testata e dei quali non sentivamo affatto la mancanza!
Lo stesso Cunningham, peraltro, che ci viene presentato come un vecchio leone della guerra di secessione, un genio militare le cui tattiche sono oggetto di studio a West Point, cade in una trappola dal quale lo mette ripetutamente in guardia non solo Parkman (e passi) ma perfino un bravaccio come Burke. Il suo faccia a faccia con Revekti assume toni surreali, più da meschino politicante che da fiero soldato mosso dall'odio e dalla vendetta. E infine, se tanto teneva alla vita del suo unico figlio, non avebbe fatto meglio a lasciarlo a casa invece d'imbrancarlo in una spedizione ad altissimo rischio, nonostante la sua evidente immaturità?
Sbaglieremo, ma ci pare che la cura che abitualmente Boselli pone nella solidità logica delle trame stavolta sia venuta meno, e che anch'egli abbia alla fine ceduto alla tentazione di far accadere gli eventi semplicemente "perché devono accadere", perché altrimenti la storia non procederebbe. Ammettiamo, in tutta franchezza, di essere particolarmente sensibili su questo punto, causa le ben note, pluriennali vicissitudini attraversate dalla testata fino a pochissimo tempo fa, né possiamo escludere che, condite con la giusta dose d'ironia e vivacità, le medesime incongruenze ci sarebbero apparse sotto una luce diversa. Purtroppo, è una storia molto...
Seriosa
Battute e motti d'ironia si contano sulle dita di una mano. Prevale un'atmosfera cupa, pesante, con una cappa da tragedia incombente che inizia a farsi strada dalla fine del primo albo. Niente di male, se ciò non finisse per esaltare i difetti di cui si parlava. Ironia e leggerezza sono state in passato ingredienti fondamentali nella saga texiana, capaci, perfino nelle vicende più drammatiche, di rendere memorabili dialoghi e situazioni che altrimenti sarebbero apparsi ora inverosimili, ora grotteschi. Ecco perché imputiamo alla serietà della sceneggiatura anche l'eccessiva percezione della...
Retorica
Goyaklee che indossa l'odiata divisa blu per onorare il fratello caduto, Parkman e Laredo che sembrano due vecchi compari d'osteria, l'improvvisa conversione eroica del figlio di Cunningham, la solita mitragliata di complimenti e salamelecchi perfino nei frangenti più improbabili. Pure Tiger, di solito assai misurato, arriva a scomodare i buoni uffici del Grande Spirito per averli cavati dai guai. Insomma, le ultime pagine sono un tale concentrato di melassa da sembrare quasi una compensazione per le tinte fosche precedenti. Ora, premiazione del bene e punizione o redenzione del male non sono certo una novità per Tex, quindi il problema non è di merito, ma di metodo. In altre parole, quando è troppo è troppo, soprattutto se manca un tono sufficientemente scanzonato da aiutare a rendere il tutto maggiormente digeribile. Ma non è così e, nonostante i tentativi, la storia non riesce a non essere...
Fredda
C'è poco da aggiungere. Forse per un combinato disposto di quanto precedentemente elencato, o chissà per quale altro imponderabile motivo, Caccia infernale non solo non diverte ma pure non emoziona. Sulla carta le occasioni non mancavano: la rivalità fra i due fratelli Apache, il legame fra i Cunningham padre e figlio, il tormentato passato di Revekti, il latente conflitto fra Laredo e Parkman, e tanta altra carne al fuoco che avrebbe potuto essere occasione di coinvolgimento e che invece non è stata sfruttata, o lo è stata in modo inefficace. Ribadiamo convintamente che il meglio è venuto dai banditi e, probabilmente, quello sporco fegataccio di Carver sarà l'unico di cui ci ricorderemo di qui a qualche mese.
Un Tex... in 16:9
Fin qui abbiamo trascurato una componente essenziale di qualsiasi storia a fumetti, i disegni, scaricando tutto sulle spalle dello sceneggiatore, il che non è corretto.
Ginosatis, del quale confessiamo di non aver mai sentito nulla a parte qualche sparuta comparsata su vari forum di fumetti, è un disegnatore dal tratto classico e particolareggiato, che bene dovrebbe adattarsi al mondo e alle atmosfere di Tex. Invece, anche la qualità e l'efficacia dei disegni sembrano seguire la parabola discendente della sceneggiatura, quasi vi sia stata un'influenza reciproca (peraltro non così sorprendente) e una sfortunata contaminazione al ribasso.
Il primo albo è il migliore. Sostenuto da evidenti influenze di Claudio Villa, specie nei primi piani, il disegno di Ginosatis si presenta ricco, pastoso, molto "vecchia scuola" nel tratteggio e nei chiaroscuri, benché si palesi immediatamente una caratteristica: le scene sembrano schiacciate come quelle di un moderno televisore in 16:9 che trasmette un programma in 4:3. I personaggi di Ginosatis sono generalmente tarchiati, per non dire tracagnotti, e se l'effetto si attenua negli albi successivi, resta comunque un leit-motif di questo disegnatore.
In una storia ricca di personaggi la loro caratterizzazione grafica è importantissima, e Ginosatis si dimostra all'altezza del compito, costruendo una galleria adeguatamente variopinta di attori e comprimari ben riconoscibili. Meno efficace, invece, la loro espressività, che si limita a qualche smorfia o a generiche espressioni di dolore o disappunto. Se nel primo albo ciò si nota meno, sempre grazie allo sforzo di aderire al modello villiano, man mano che Ginosatis se ne discosta ed emerge il suo stile la cosa si fa viepiù evidente. Così com'è impossibile non notare la rigidità e la scarsa naturalezza delle pose, specie nelle scene d'azione, che creano non pochi problemi in un albo pieno di scontri e sparatorie come il terzo.
Per tacere di Tex, completamente ingessato e meno espressivo di Chuck Norris, perfino durante il confronto con Revekti. Siamo umanamente solidali con Ginosatis, che si sarà trovato in non poco imbarazzo nel tratteggiare un eroe granitico, non uso a manifestare le proprie emozioni e capace di mantenere il dominio di sé nelle situazioni più estreme. Ma è proprio questa la sfida con la quale gli autori di Tex si confrontano quotidianamente, ossia quella di riuscire a dare calore e vitalità al ranger nonostante tutti questi vincoli, senza farne un pupazzo imbalsamato in camicia gialla e fazzoletto nero.
Pertanto, nonostante apprezziamo l'impegno profuso da Ginosatis al suo esordio in una sceneggiatura piuttosto complessa, è fuor di dubbio che alla "freddezza" complessiva della storia anche i disegni abbiano dato il loro non indifferente contributo.
Un'occasione mancata
A ben vedere, tutti i "difetti" di questa storia, con l'eccezione delle incongruenze, sono caratteristiche della scrittura boselliana che ben conosciamo, ma che l'autore riusciva o a tramutare in punti di forza o a farsi perdonare con l'estro, la fantasia, la capacità di divertire e divertirsi. Quel che non era mai capitato era trovarli in così gran numero tutti in una volta, in una storia dalle notevoli premesse, ricca di ottimi spunti, ma condotta stancamente, senza la solita cura e senza quella volontà di stupire che in passato ci ha fatto riscoprire il gusto di leggere Tex, dopo gli Anni Bui.
Stavolta, insomma, non è andata come speravamo, però bisogna dare atto a Caccia infernale di essere riuscita almeno a farci indentificare con i suoi personaggi. Ci riferiamo ai seguaci di Revekti e al loro amaro risveglio dal Grande Sogno.




