dall’archivio di uBC · 1996–2016Approfondimento · Eroi Bonelli

Il valore di essere un Uomo

Analisi comparativa Nathan Never 212 & 224

pubblicato
26.04.2010
lettura
12 minuti
Copia anastatica dell’originale
in questa pagina · 5 sezioni
  1. Dal piccolo al grande
  2. Dal grande al piccolo
  3. 212 & 224
  4. Alla scoperta di un "presente passato"
  5. Due storie, un segno

Dal piccolo al grande

Ufficialmente Nathan non è più il "musone", l’agente speciale Alfa tutto d’un pezzo, con le basette a punta, vedovo e padre di una figlia autistica, che agisce nel futuro prossimo venturo con uno sguardo malinconico quasi da feuilleton ottocentesco; un Nathan che affidava i suoi pensieri alle didascalie, attraverso le quali faceva psicanalisi delle sue colpe e delle sue mancanze, figlie dei suoi errori giovanili, che pesavano come macigni su ogni sua singola azione, e che (nell’immenso filone narrativo di matrice serriana, narrato nei primi tre giganti) erano addirittura assurte a nodi cruciali dello spazio-tempo, entro i cui anelli sempre più richiusi in se stessi l’universo stesso stava giungendo ad un punto di collasso.

Quello fu probabilmente il primo (e certo più significativo) momento in cui le storie dell’agente Never travalicarono i confini di genere, ponendo il personaggio al centro di una crescita personale ed interiore di portata letteralmente "cosmica", elevando il personaggio a crocevia di eventi sempre più fumettisticamente suggestivi.

Nel corso degli anni, le saghe che si sono succedute intorno a Nathan, alla sua Agenzia Alfa, ai suoi comprimari e alla sua Città Est hanno spostato in maniera a volte molto posticcia il peso e gli intenti della testata dalla figura dell’uomo all’icona dell’eroe, mettendo in campo avversari sempre più potenti, al confronto dei quali lo stesso Aristotele Skotos (villain storico ed indimenticato) sembra perdere lustro; saghe ed eventi che hanno promosso la stessa Agenzia Alfa ad organo operativo del Consiglio di Sicurezza, all’interno di un affresco fantapolitico per il quale gli autori ancora adesso garantiscono che la parte migliore è ancora di là da venire, e cioè quando si accenderanno le luci della ribalta sulla (ennesima) Guerra Definitiva, stavolta tra la Terra e Marte.

Dal grande al piccolo

Ciononostante, da grandi eventi nascono a volte dei piccoli eventi, attraverso i quali il Nathan originale torna a fare la sua comparsa.

È da ammettere che, nel corso degli anni, il lavoro degli autori è stato più che apprezzabile, nel cercare di fare di Nathan una personalità complessa, apprendente, che pur crescendo tra problematiche di portata sempre più globale (ed oltre..), non ha assolutamente dimenticato i suoi inizi, ed i passi che l’hanno condotto fino a quel momento. Alle buone intenzioni purtroppo non sempre è corrisposta un’effettiva capacità di rendere questa dimensione tanto minimalista quanto di largo respiro ad un tempo, come solo la natura umana è in grado di compendiare: il risultato è un continuo alternarsi di tanti Nathan, che da un numero all’altro sono salvatori di universi e salvatori di gattini sugli alberi, ma quasi mai le due cose assieme.

“...lo sforzo degli autori è stato quello di dare a Nathan una personalità complessa, apprendente...”

Ecco perchè, complici anche e soprattutto i disegni di un Olivares sempre più cifra grafica rappresentativa del personaggio, due storie lontane nel tempo e negli autori ci rendono in realtà la stessa figura (a tale proposito, intavolare una questione sull’eventuale binomio personaggio/persona, così come più volte tentato per Dylan Dog, appare un po’ improprio per Nathan Never: a parere di chi scrive, il certosino lavoro di cesellatura fatto ai tempi dalla "banda dei sardi", prima dell’uscita in edicola della testata, ha consentito all’impianto narrativo di guadagnare un robusto grado di realismo - anche grazie ai disegni di Castellini - su cui tanto è stato possibile continuare a costruire anche nel corso degli anni: senza di quello, Nathan Never probabilmente sarebbe solo un "semplice" eroe del futuro).

212 & 224

Prima di tentare un percorso di comparazione tra i due numeri, è doveroso un breve riassunto.

In "Vittime e carnefici" (NN 212), Nathan si trova ad avere a che fare con un uomo, Marcus Blake, che denuncia all’Agenzia la scomparsa del figlio Alexander. L’indagine arriva velocemente a conclusione: Alexander viene trovato morto su un crepaccio subito fuori città, scagliato fuori strada dall’auto guidata da Jeffrey Schneider, classico rampollo di buona famiglia il quale, sotto l’effetto di stupefacenti, una volta resosi conto dell’accaduto, non ha avuto altro pensiero che scappare per evitare coinvolgimenti.

Marcus Blake riesce comunque a risalire all’identità di Schneider, e si vendica di lui facendolo a pezzi con un’ascia. Nathan si offre allora di scortare Blake dalla prigione in cui si trova, per essere sottoposto a processo, ma il flyer su cui i due viaggiano viene sorpreso da una tormenta, che li costringe ad un atterraggio di fortuna. Nella lunga attesa dei soccorsi, il confronto tra Blake e Nathan trascinerà quest’ultimo ad affrontare una volta di più il suo passato... ed il suo probabile futuro, in un viaggio interiore che lo porterà dalla voglia di ricominciare, fino ad un nuovo, amaro, scontro con la realtà.

Ad un anno di distanza abbiamo "Il segreto di Calvin White" (NN 224): il Calvin del titolo è un miliardario, nei cui ricordi è sepolto un segreto che lo angoscia, risalente alla sua infanzia vissuta nell’insediamento subacqueo Tiamat. Ed è proprio nelle profondità dell’oceano, in una zona vicina a ciò che rimane della base, che un gruppo di pirati tenta di abbordare un sottomarino, ma il loro assalto si conclude in tragedia per mano di un essere non meglio identificato, un essere senza nome metà umano e metà macchina, il cui unico scopo è quello di trovare Calvin White. L’Agenzia Alfa viene chiamata in causa per le indagini relative alla strage del sottomarino, e White rimane coinvolto perché la scena del delitto sembra piena delle sue impronte. Ulteriori indagini chiariscono però abbastanza presto la possibilità che l’assassino possa essere in realtà un fratello gemello siamese di White. L’atto finale dell’intricata vicenda si svolge tra le sale di un vecchio teatro nei bassifondi della città, dove White esce a ricongiungersi al fratello solo per un momento, prima di morire per salvargli la vita.

A questo punto, la domanda appare scontata: quali sono i punti in comune tra le due storie? Esiste tra di essi un filo conduttore (che esuli ovviamente dalla medesima firma ai disegni)?

Con un filo di ironia, si può concludere in poche battute che in entrambi i casi abbiamo un’indagine per omicidio, sulla quale gli agenti Alfa indagano, e dove l’identità dell’assassino viene individuata, il che, considerando tutti i nodi che stanno venendo al pettine nel più generale scenario attorno ai protagonisti della testata, potrebbe già essere un grosso risultato!

Un pelouche per Alice · NN 212 · (c) Bonelli 2009

Per fortuna, però, in queste pagine un ponte viene gettato tra le due citate sponde: da una parte l’icona dell’eroe, dall’altra la figura dell’uomo... l’uomo che va a trovare la piccola Alice, come un tempo si recava al Sinclair Asylum ad affrontare il dramma della figlia Ann; l’uomo che assiste al terribile urlo silenzioso di Joanne (intrappolato in eterno entro una vignetta densa di pathos), al quale in un angolo della sua memoria si sovrappone come un disco rotto il proprio grido di disperazione di fronte al cadavere dilaniato della moglie Laura; l’uomo infine, anzi l’agente speciale Alfa, che si dimostra "freddo e sicuro di sé", nelle parole di Marcus Blake come in tanti altri prima di lui; ma quello che prima poteva e doveva essere un complimento alla capacità di primeggiare in un lavoro estremamente difficile, ora rappresenta solo l’involucro sterile di un’anima scarabocchiata.

Alla scoperta di un "presente passato"

Come già indirettamente accennato, lungo le pagine dei due albi compaiono non pochi elementi che richiamano alla mente epoche passate nella vita (personale, prima ancora che editoriale) di Nathan Never: dinamiche e situazioni, nella sfera pubblica come in quella privata, delle quali tante volte si è parlato. Prendendo a prestito un lontano pensiero di Legs Weaver, "spigoli nel passato diventano curve nella memoria", si può osservare come in entrambi gli albi la memoria giochi un ruolo importante: da un lato labili reminiscenze, nascoste e offuscate nei meandri della mente di Calvin White, condannato a rivivere ancora e ancora il ricordo di una scala che sembra decollare dal buio, portando con sé l’intuizione di una voce che lo chiama per nome: tracce nella nebbia, alle quali si affiancano i ricordi del dottor Dickinson, che dal suo avveniristico sarcofago svela a Nathan i tasselli mancanti della vita di Calvin. Dall’altro lato, le istantanee di memoria di Marcus Blake, attraverso le quali si condensa la materia di cui si è composta fino a quel momento la sua vita "normale".

Un grido silenzioso · NN 224 · (c) Bonelli 2010

“...spigoli nel passato diventano curve nella memoria...”

Diversi ricordi, diversi livelli di (im)palpabilità di quella linea di confine che funge da terminatore della notte tra la rievocazione del passato ed il semplice sogno. È su questa base così labile che Nathan inizia ancora una volta a ricordare - e a sognare, forse - il suo presente ed il suo passato, "la vita di un uomo felice per l’amore di sua moglie... con cui costruire una famiglia...", alternando per l’ennesima volta ciò che è stato a ciò avrebbe voluto che fosse: due vite, due possibilità, che stavolta però si sfiorano con una dolcezza che quasi mai prima era accaduto di leggere, sposandosi e generando un futuro così incredibile da poter essere reale, forse da dovere oramai essere reale, proprio perché anch’esso condensato e reso in poche istantanee prive di qualsiasi prosopopea tipica dei "what if..."; due vite, due possibilità, che ad un certo punto sono arrivate fin quasi a toccarsi con la punta delle dita; due gemelli siamesi, di cui uno destinato a rimanere per sempre privo di nome, come accade per Calvin White e suo fratello, chiamati lungo il fluire del tempo a ricongiungersi ma senza potersi toccare, ad essere così vicini da non potersi sottrarre all’ironia delle regole del fato e della narrazione, che ne decretano nuovamente la separazione - stavolta subitanea e definitiva - come appena dopo la loro nascita.

E così l’enigma della fine rimane irrisolto: Nathan prende il coraggio a due mani per non crollare di fronte al peso di una delle decisioni forse più difficili della sua vita, deciso a percorrere fino in fondo la strada che porta alla realizzazione delle sue "memorie future", ma le parole veloci di Sara distruggono in un attimo, seppur involontariamente, la sua speranza di redenzione agli occhi di Marcus Blake e del mondo. Allo stesso modo, negli occhi del fratello di White, "quell’essere senza colpa tramutatosi in uno strumento del fato", c’è qualcosa di distante, "qualcosa perduto per sempre nelle profondità degli abissi", che lo condannerà ad una vita dimezzata.

L'effimero ricongiungimento · NN 224 · (c) Bonelli 2010

Questa volta l’ennesima riproposizione di alcuni passaggi della vita di Nathan non corrisponde all’ennesima riproposizione del passato di Nathan, attraverso l’una o l’altra variante: è invece la sublime convergenza di tanti istanti, che sono stati ma che ritornano ancora oggi in condizioni diverse, rendendo sotto una nuova luce la sua personalità complessa ed apprendente, non necessariamente schiava di "happy endings", ma anzi "normale" ed intrisa di paure e felicità come solo un eroe dei fumetti potrebbe sperare di avere. Secchi e Rigamonti hanno scritto due "piccole storie", eppure (forse senza volerlo) hanno contribuito come e più di altri a restituirci, tanto più viva e tanto più vera, l’unica "Storia Grande" di Nathan.

Due storie, un segno

Il segno è ovviamente quello di Olivares, chiamato a dare coerenza e coesione ad immaginari differenti.

Divisi ab aeterno · NN 224 · (c) Bonelli 2010

Ogni tavola è un universo compiuto in sé, superiore alla somma del respiro della sceneggiatura, della forza dei dialoghi (se ci sono) e della sensibilità di chi è chiamato a tradurre suggestioni astratte in un complesso di cornici solo apparentemente immote. Lo stile di Olivares non si discute, se per esso si intende quell’alchimia unica di chine e matite che lo rendono riconoscibile in mezzo a tutte le possibili alchimie grafiche venute e da venire (e questo è un discorso applicabile a qualsiasi disegnatore), ma in questa indagine attraverso i Nathan è possibile scorgere dei "contegni" ben distinti, nel passare da una storia all’altra.

Ferme restando le riflessioni sopra esposte, nel caso di Calvin White, Nathan assume una condotta grafica molto "professionale", ossia per la quale non sono richieste particolari inquadrature di dettaglio sulla sua persona, contrariamente a quanto accade per il Calvin che dà il titolo alla vicenda. La regia della storia va sapientemente di maniera, muovendosi su una costruzione collaudata delle tavole - trattandosi di una storia dalle forte tinte noir, dopotutto - al servizio delle quali gli agenti Alfa svolgono ruoli funzionali alla positiva risoluzione del caso.

Nel confronto con Marcus Blake, invece, è la vita di Nathan ad essere portata in scena ancora una volta, ma soprattutto è l’aspetto riflessivo di Nathan a giocare un ruolo di primo piano, così da dare libero spazio ad un diffuso senso di amarezza che permea l’incontro dei loro sguardi, attraverso i quali diventa atto l’incontro delle loro vite. Nathan è solo, a riflettere sui pezzi della sua esistenza, e pezzi di Nathan ci vengono resi: singoli particolari del suo viso, giochi di ombre che nascondono e svelano sentimenti contraddittori, vignette allungate che suggeriscono un lento movimento verticale di camera, a sottolineare l’intensità di una scena priva di azione, ma colma di dinamismo interiore. In entrambi i casi, un’aspersione di neve, un suono bianco di sottofondo in virtù del quale "spigoli nel passato diventano curve nella memoria".

Nessuna retorica, nessuna sofisticazione, nessuna forzatura dei testi. Eppure Nathan diversi. Eppure lo stesso Nathan. Così come ognuno di noi viene disegnato dalla luce agli occhi del resto del mondo, ogni giorno apparentemente uguale, ma in continuo cambiamento, istante dopo istante.

“...Nathan è solo, a riflettere sui pezzi della sua esistenza...”

Olivares comunica in qualche modo la luce che distingue Nathan, ma quel corpo proietterebbe solo un’ombra inerte se non vivesse di vita propria, ed in questo Secchi e Rigamonti ci raccontano il salvatore di universi ed il salvatore di gattini sugli alberi, partendo come ogni volta dalla loro personale conoscenza di Nathan, sforzandosi di chiedersi quali siano i suoi pensieri, ma anche cercando di indurci a nostra volta queste stesse domande. E se alla fine della lettura non avremo le risposte, vorrà solo dire che loro avranno fatto bene il proprio lavoro, mentre noi potremo fare tesoro della curiosità rimasta per scrutare con occhio più attento e partecipe il prossimo capitolo dell’Avventura del Futuro.

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

tutti i suoi articoli