dall’archivio di uBC · 1996–2016Approfondimento · Eroi Bonelli

La sindrome di Mortimer

quando la logica sacrifica il coinvolgimento del lettore

pubblicato
16.04.2009
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13 minuti
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  1. Anche l’abisso guarda
  2. Una definizione della sindrome
  3. Sintomi: distacco
  4. Sintomi: idea fissa
  5. Sintomi: evacuazione
  6. Sintomi: apatia
  7. Degenerazione: pandemia
  8. Conclusioni

Anche l’abisso guarda

Comparso per la prima volta in un episodio del 1998 ("Colpo da maestro", n.394-396) e da allora ritornato in altre tre occasioni, Mortimer è ormai diventato il più importante avversario di Zagor del periodo post-nolittiano, guadagnandosi sul campo un posto nella galleria dei grandi cattivi della serie dedicata allo Spirito con la Scure.

Parzialmente ispirato a geni del crimine come il professor Moriarty o Diabolik, Mortimer è carismatico, brillante e spietato. Non è uno di quei villain che tramano per conquistare il mondo (per farsene cosa, poi, non si sa), anche perché non ha a disposizione la tecnologia di Hellingen, la magia di Kandrax o la forza sovrumana del vampiro Rakosi. Le sue principali armi sono invece la logica e l’intelligenza, sensibilmente superiori alla media, con cui concepisce furti sensazionali. Come in un esperimento scientifico in laboratorio, Mortimer riesce a pianificare, gestire e prevedere ogni minima variabile dei suoi piani, sia tecnica (rubare un carico d'oro durante il trasporto senza che le guardie se ne accorgano) che umana (la psicologia delle persone che manovra anche a distanza), anticipando così ogni possibilità e relativa contromossa. Queste sono le caratteristiche con cui Moreno Burattini, il suo creatore, lo ha definito e coinvolto in piani criminali o vendette sempre più audaci e complesse. Portando l’intelligenza di Mortimer ogni volta un passo oltre l’episodio precedente.

Tuttavia, "se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te". Alla fine, la scrittura di Moreno Burattini è stata colpita da quella che chiamerò "sindrome di Mortimer". Con conseguenze particolarmente controverse nella recente "Zagor contro Mortimer" (n.521-524), dove una serie di singoli aspetti negativi che covavano sotto la cenere da qualche anno (più volte segnalati in precedenti occasioni) si sono combinati tra loro al peggio delle loro possibilità, rovinando uno spunto potenzialmente epico.

“La sindrome di Mortimer esaspera l'obiettivo della chiarezza a discapito di quello di rendere appassionante l'esperienza della lettura”

Che soggetto per quest’ultima storia! Un grande avversario, una diabolica trappola ad orologeria, un viaggio e una località esotica (Haiti) in cui il nostro eroe era stato solo in un paio di leggendarie avventure ("Vudu", n.92-95, e "Oceano", n.95-99). Tutti coloro che, come il sottoscritto, hanno vissuto in prima persona gli anni ’80 della serie (il periodo poi ribattezzato "medioevo zagoriano"), a quell’epoca avrebbero solo potuto sognare un soggetto così, ogni volta in cui uno Spirito con la Scure imbolsito si faceva mettere in difficoltà da avversari non all’altezza in trame ripetitive (fortini assediati dagli indiani, biechi trafficanti di alcool di pessima qualità, sassate in testa). Poi sono arrivati gli anni ’90 e duemila, con Boselli e Burattini che hanno rilanciato Zagor rinvigorendo lo spirito avventuroso a tutto tondo e l'universo narrativo della serie. Burattini, in particolare, ha contraddistinto il suo operato con trame all’insegna del rispetto per Zagor, aggiornandolo per il lettore moderno, recuperando un Cico nolittiano e proponendo tante storie ad ampio respiro, ormai una specie in via di estinzione nel panorama bonelliano.

E allora, se è fuori discussione che nelle storie di Burattini non siamo di fronte ad un depotenziamento delle caratteristiche del titolare della testata (come è invece accaduto, nel tempo, al "fratello maggiore" Tex con Claudio Nizzi, come documentato dai colleghi Giorgio Loi e Michela Feltrin), attraverso quali canali la "sindrome di Mortimer" crea danni?

Parole, parole, parole... · disegni di Marco Verni, Zagor n.524, pag.73 · (c) 2009 Sergio Bonelli Editore

Una definizione della sindrome

La sindrome di Mortimer privilegia, nella narrazione di una storia, l’obiettivo della chiarezza. Questo non è certo un male di per sé, anzi: il primo scopo ricercato da un autore di una storia a fumetti è che i lettori comprendano il racconto. Beh, questo magari non vale per tutti gli autori o per tutte le storie, ma per una serie come Zagor si può affermare con una certa sicurezza. Quando subentra la sindrome di Mortimer, tuttavia, l’obiettivo della chiarezza diventa assoluto, viene esasperato e si affida principalmente alle parole. Tante, tantissime parole. Non ad un equilibrato ed invisibile rapporto tra parole e immagini, che vuole che ogni tanto si cambi il registro e che la narrazione sia portata avanti a turno ora da una componente, ora dall’altra, ora da entrambe, arricchendo a vicenda i contenuti che parole e immagini possono portare da sole, secondo le rispettive potenzialità e peculiarità. Nelle situazioni più acute della sindrome, invece, è sempre la parola (nella forma di descrizioni o spiegazioni) a doverci informare di quello che dobbiamo sapere per capire la storia, non un’espressione del volto o un’immagine. Il fumetto dimentica la sua magia invisibile e si trasforma in prosa.

In questo modo viene sacrificato il secondo obiettivo di una storia a fumetti: quello di rendere appassionante l’esperienza della lettura, di catturare l’attenzione sino all’ultima pagina, di coinvolgere il lettore. Vediamo perché.

Sintomi: distacco

Quando la sindrome di Mortimer colpisce lo stile di scrittura, la logica e l’intelligenza animano e muovono tutti i personaggi, che non sembrano più esseri umani ma intelligenze artificiali impegnate a fornire spiegazioni in ogni circostanza di quello che stanno facendo, perché lo stanno facendo, con cosa lo stanno facendo, capaci di vagliare ogni alternativa in tempo reale. Intendiamoci, le spiegazioni sono necessarie e del tutto fisiologiche, per esigenze narrative, in ogni racconto. Le possiamo ritrovare nei dialoghi di qualsiasi fumetto, film o telefilm, più o meno velatamente, per farci comprendere con poche battute in quale contesto si stanno muovendo i personaggi (per esempio quando si cambia scena). La sindrome di Mortimer, tuttavia, spinge le spiegazioni oltre l'ordinaria necessità. Queste ultime diventano fin troppo esplicite, portando ad un risultato piatto e, quel che è peggio, innaturale. E’ posticcio che in "Zagor contro Mortimer" Guedè, nello slegare Zagor e Cico, debba informarci (leggi: motivare) che si porta dietro un coltello in tasca perché di solito lo usa per spalmare il burro sul pane, oppure che lo Spirito con la Scure, ad Hammad che ha biascicato un "ma come.." (legittimamente sorpreso di trovarlo nella terrazza della sua villa dopo tanti anni), replichi "Come ho fatto ad arrivare fin qui?... E’ stato facile, grazie a quel rampicante!" per poi raccontargli (o meglio, raccontarci), senza neppure fare un po’ di conversazione, perché non poteva bussare alla porta.

Questa prolungata artificiosità dei dialoghi conduce al peggiore dei risultati possibili per un fumetto: la magia ed il meccanismo di lettura del medium - quelli che fanno sì che dalla fusione di frammenti di parole e immagini il lettore tragga un tutto unico, un flusso continuo che lo isola dal mondo esterno e lo fa sentire parte vitale della storia - si rompono. I rumori in sottofondo (il televisore nell’altra stanza, il vociare nei corridoi) mi sembrano più forti di prima. Mi rendo conto che sto leggendo, perché ho l’impressione che i personaggi recitino per impedirmi di pormi la benché minima domanda su questo o quello e per anticipare, come il diabolico Mortimer, ogni obiezione che potrei formulare. Ma come è successo che i personaggi siano diventati degli automi che sottraggono ogni divertimento o intrattenimento dalla lettura?

Sintomi: idea fissa

“Quando la sindrome di Mortimer colpisce lo stile di scrittura, la logica e l’intelligenza animano e muovono tutti i personaggi, che non sembrano più esseri umani ma intelligenze artificiali impegnate a fornire spiegazioni in ogni circostanza di quello che stanno facendo, perché lo stanno facendo, con cosa lo stanno facendo, capaci di vagliare ogni alternativa in tempo reale”

Il più delle volte è capitato perché quando la sindrome è acuta, l’idea alla base di un soggetto diventa centrale. Per esempio, il colpo di scena della parentela tra il malvagio mutante Skull e la figlia Sophie (n.496-499), l’identità del misterioso nemico nel n.500 o la necessità di sorprendere con la soluzione del giallo in montagna (n.506-509). Tutto lo svolgimento della storia si piega per rendere l’idea di base originale, plausibile ed inattaccabile a qualsiasi incongruenza (oggettiva o soggettiva che sia).

In "Zagor contro Mortimer" l’idea alla base del soggetto è il colpo di Mortimer. Rispetto agli altri esempi citati, qui le conseguenze sono state troppo invasive in termini narrativi perché la grande parte della storia ha dovuto fare spazio al lento manifestarsi del minuzioso piano (dalla trappola in cui cadono Zagor e Cico alle modalità tecniche della rapina), con Mortimer che si riduce ad un compiaciuto narratore della propria genialità e dell’ovvio, condendo le proprie apparizioni di spiegazioni, cause ed effetti. Per di più, suona falso che Mortimer ed i complici si raccontino per pagine e pagine quello che sanno già. Tante le inutili ridondanze che spezzano inesorabilmente il ritmo; un esempio per tutte sono le 11 pagine dedicate alla falsa traccia per fare credere ai militari che l’oro sia andato perduto in un fondale, suddivise tra il n.523 (in cui Mortimer spiega il piano) ed il n.524 (in cui le sue previsioni si avverano puntualmente). E’ ovvio che il colpo di Mortimer era impossibile da raccontare senza l'uso di fiumi di parole, ma a mio avviso il "problema" è appunto questo: che il piano (l’idea alla base di una storia) diventa l’elemento più importante e la necessità di sviscerarlo in tutti i suoi aspetti (diretti ed indiretti), oltre a piegare il racconto ed i dialoghi...

Sintomi: evacuazione

... toglie lo spazio per sviluppare altri elementi. In "Zagor contro Mortimer" le caratterizzazioni di due vecchi amici come Guedè o Hammad, al loro ritorno dopo decenni, restano confinate alla loro funzione nella storia: il primo di essere il "jolly" che consente a Zagor e Cico di scappare prima dell’arresto pianificato da Mortimer, il secondo di dare loro un rifugio. Ugualmente sacrificata è l’ambientazione della storia, l’isola di Haiti, che rimane una cornice sullo sfondo e non è mai protagonista. Sarebbe cambiato poco se la location fosse stata altrove. Anche la ricostruzione storica (l’indipendenza della repubblica haitiana ed il riscatto pagato ai francesi), un elemento specifico non collocabile in un altro luogo, resta solo uno dei tanti racconti a parole contenuti nella storia. Tale contesto storico non interagisce con i protagonisti, non si traduce in episodi o conversazioni con gli abitanti dell’isola in cui i personaggi si muovono, se non in dialoghi da salottino conferenze e squisitamente didattici. Conoscere la destinazione dell’oro rubato da Mortimer è del tutto indipendente dallo sviluppo della trama, che racconta di un furto e della caccia ai ladri (veri e presunti): è un altro esempio di quello che scrivevo in precedenza, che le parole (e non le immagini) sono la sola componente che ci racconta quel che occorre sapere. Le immagini si limitano ad illustrare, ma non "raccontano", se non nei momenti d’azione (e ci mancherebbe).

Sintomi: apatia

Con questa schiacciante "invasione" di parole e spiegazioni, la sindrome di Mortimer conduce infine ad un’inesorabile perdita di pathos nei momenti cruciali. Come esempio porto una sequenza di un’altra storia recente di Zagor, "L’ira di Tonka". Un altro spunto che ai tempi del "medioevo" avremmo solo potuto sognare: Zagor contro Tonka, il capo dei Mohawk, suo fratello di sangue e compagno di tante avventure! Allo scontro si arriva con Zagor che ha perso la memoria e che ritiene l’avversario responsabile della morte dei suoi genitori e addirittura anche di Cico. Al culmine dell’episodio, quando l’innata indole di Zagor gli impedisce di strozzare il capo dei Mohawk, arrivano Cico ed i trappers Doc e Rochas. Ci sta benissimo che, come prima cosa, Doc spieghi a Zagor che la storia dell’omicidio di Cico da parte del Mohawk era falsa, ma non che, a seguire, in quel drammatico momento in cui il nostro è ancora molto confuso, Rochas e Cico si mettano a raccontare le modalità del ritrovamento di Cico. Sono solo un pugno di vignette, ma sufficienti per chiamarci fuori dal mondo di Darkwood, perché il dialogo è fuori luogo in quel contesto. Ed è chiaro che il beneficiario di quelle chiacchiere non è Zagor, ma il lettore. Terminata la spiegazione, Zagor riacquista la memoria e lancia il suo grido di battaglia, lasciandoci scettici per le modalità della scena ed apatici come coinvolgimento.

Degenerazione: pandemia

“Basare una narrazione principalmente sulla pura logica, sull’impeccabilità e plausibilità delle azioni, non fa che trasmettere freddezza e noia”

La "fame" di spiegazioni finisce con l’autoalimentarsi in un circolo vizioso. Una volta che si è alzata l’asticella della logica sottostante ad una storia, che si diventa partecipi in tempo reale delle riflessioni e deduzioni di Zagor, diventa quasi inevitabile restarne invischiati per tutto il suo svolgimento, al punto che se nella lettura ci si accorge di qualche ingranaggio non oliato ("Ma come! Zagor, tra le tre ipotesi che ha formulato sul perché il cappello di Mortimer sia rimasto sulla strada, non ha pensato che poteva trattarsi di una traccia per attirarlo in trappola!") prima ci si autocompiace e poi magari si finisce con il "bacchettare" l'autore per avere trovato un'incongruenza soggettiva.

Questa è la "degenerazione" finale della sindrome, perché dalle pagine del racconto si diffonde tra gli stessi lettori, che finiscono con l'esigere una perfetta calibratura delle storie. E via dicendo, in una spirale dagli esiti perversi. Ma sono proprio questa ricerca di una chiarezza assoluta ed incontrovertibile tramite l’uso delle parole, questa logica che deve considerare tutte le possibilità senza lasciare fuori alcuna ipotesi o dubbio residuo, che stanno rovinando qualsiasi idea possa esserci alla base di una storia, qualsiasi contenuto o situazione. Basare una narrazione principalmente sulla pura logica, sull’impeccabilità e plausibilità delle azioni, non fa che trasmettere freddezza e noia.

Conclusioni

Di grandi soggetti che avrei voluto leggere ai tempi del "medioevo zagoriano" Burattini ce ne ha dati tanti in questi anni (e ne abbiamo ancora). E’ invece nelle sue sceneggiature che da qualche tempo riscontro un deciso passo indietro, nel caso di "Zagor contro Mortimer" persino rispetto a quelle dei tanto bistrattati anni ’80, le cui storie ripetitive non avevano spunti esaltanti ma che se non altro svolgevano la loro funzione di intrattenimento.

Oggi il mio sogno è che la scrittura di Burattini possa recuperare la smarrita spontaneità della conversazione, la capacità di non piegare ogni fase di una storia all’idea generale di fondo, di lasciarsi andare anche nel raccontare qualcosa di superfluo ma che palpiti di vita, di quella brillantezza e genuinità che rendono coinvolgente, piacevole e divertente l’esperienza della lettura.

Chissà, magari la morte della propria compagna e complice Sybil (unica scena che ha procurato un sussulto, ma senza evaporare il mare di parole con cui si è giunti sin lì) condurrà Mortimer ad essere meno pianificatore, più spinto dal cuore che dalla ragione. Se così sarà, e se anche in questo caso le caratteristiche del personaggio si trasmetteranno allo stile di scrittura del suo creatore, allora saremo già un bel pezzo avanti lungo la strada della "guarigione" dalla sindrome di Mortimer.

Cristian Di Clementetutti i suoi articoli