dall’archivio di uBC · 1996–2016Approfondimento · Eroi Bonelli

Gea, la ragazza che non salvò il mondo

una disamina della lunga ed innovativa serie di Luca Enoch

di
Oscar Tamburis, Antonio Tripodi
pubblicato
08.01.2008
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16 minuti
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  1. La "scomoda" Gea
  2. Gea, chi era costei?
  3. C'era una volta Sprayliz...
  4. ...e poi arrivò Gea
  5. Una crescita accelerata
  6. Epilogo?

La "scomoda" Gea

È prassi comune, a volte più una moda, puntare il dito verso il rapporto di identificazione/osmosi che si instaura tra un autore della cosiddetta "letteratura disegnata" (tanto per volerci mantenere su un tono aulico e compiaciuto) e la sua creatura di carta. Gli esempi si sprecano, anche volendo limitarci al panorama nostrano.

Direttamente conseguente è poi la questione, spesso più speculativa che altro, relativa al rapporto che si viene a creare tra creatura di carta e "patrigno", subentrato in alternativa al (o al posto del) creatore vero e proprio. In questo caso è più lecito fare dei nomi, pur nel semplice recinto bonelliano: al di là dello scontato Nizzi per Tex, si può pensare a cosa abbia rappresentato Chiaverotti nel periodo di reale maturazione di Dylan Dog, o all’attuale gestione-Vietti su Nathan Never, con il quale l’inossidabile archetipo "bladerunneriano" dell’agente speciale, con annessi impermeabile e ciuffo al vento, ha ceduto spazio in favore di una fantapolitica più "moderna" e dichiaratamente cyberpunk.

Più sottile è poi un’ulteriore sottotraccia che allude a quell’esigua stregua di "patrigni" che, senza la precisa volontà di contravvenire al decalogo del personaggio fissato ab origine, hanno sondato le sue pulsioni più ime, meramente umane, fagocitando dall’interno le impalcature delle convenzioni e provvedendo a riempire il vuoto rimasto con una sorgente amniotica che, pur lasciando inalterato il disegno di superficie, ne ha almeno nelle loro mani alterato colori e riflessi. Nulla è cambiato. Tutto è mutato. Il solo nome della Barbato può bastare (per ora).

“...e come i cantautori, questi "autori completi" vanno interpretati, vanno coltivati, seguiti, ricusati e magari assolti e ritrovati, e vivaddio quando, anche nella morsa dell’etichetta di "fumetto popolare", sanno anch’essi parlare per rime e celebrare l’amore.”

Ce ne sono sulla piazza di autori completi. Tavola e parole, inquadrature e dialoghi, soggetto e regia, estro stilistico e rispetto dei canoni. Discendenti dal medesimo ceppo dei cantautori, assolutamente svincolati questi ultimi dalla ricerca della rima a tutti i costi, vocati a cantare di terra e di lavoro, di guerre e di inezie, e finanche di amore. E come i cantautori, questi "autori completi" vanno interpretati, vanno coltivati, seguiti, ricusati e magari assolti e ritrovati, e vivaddio quando, anche nella morsa dell’etichetta di "fumetto popolare", sanno anch’essi parlare per rime (scompagnate) e celebrare l’amore (balordo e sbilenco).

L’uso di così numerose proposizioni concessive è un segno: il segno che, molto più che in passato, etichette di rigida distinzione non hanno ormai molta ragion d’essere. Attualmente in via Buonarroti è un continuo spiegamento di fanfare per in nuovi traguardi raggiunti, per le innovazioni editoriali che vanno sotto il nome di "miniserie" e "romanzi grafici". Per le prime, nomi come Brad Barron (Faraci) e Demian (Ruju) dovrebbero fornire il modello concreto dell’attuazione di tale nuova "strategia narrativa" (espressione che tenta di mettere insieme il buono e il cattivo dell’apporto aziendale e dell’opus artigianale che stanno dietro alle testate citate); per quanto riguarda le seconde, più che soffermarci su romanzi a fumetti o balenotteri one-shot, il riferimento va chiaramente a Volto Nascosto di Manfredi, il quale ha tenuto a sottolineare a più riprese come ogni numero della sua miniserie (non si scappa dalle etichette, è come una tautologia!) sia da intendersi come capitolo di un’opera di più ampio respiro.

Allora le differenze tra le due tipologie di prodotto sono reali, o piuttosto, arrivati ad un certo livello di analisi, poco più che edulcorati sofismi? E questo solo perché il progetto editoriale parte da una logica di continuity volutamente serrata? Allora Gregory Hunter (Serra), se avesse goduto migliori fasti editoriali, avrebbe dovuto meritarsi un appellativo da "romanzo infinito", o qualcosa del genere? E meno male che non si è assistito al proliferare del termine "ibrido", che oggigiorno fa tanto avanguardia.

È probabile allora, anzi quasi scontato, che le sostanziose credenziali accumulate dall’enochiano Luca (calembour voluto, dato il carattere delle avventure di Gea) come "autore completo" gli abbiano garantito una forte cifra di indipendenza stilistica, pur nel costipato sfavillio dell’editoria popolare. Un connubio che ha originato quel che normalmente si bolla come risultato forse troppo avanti per i tempi; questo però - e ne siamo ben consapevoli - lo diciamo solo per cercare una tardiva assoluzione ai nostri pregiudizi.

Lo diciamo chiamando immancabilmente in causa il senno di poi.

Lo diciamo ora che, a mente più fredda, siamo più propensi a realizzare come l’ordine meticoloso di una tela di scuola classica sia stato manipolato, disturbato, finanche incancrenito attraverso una digradazione paranoica (da intendersi quanto più possibile nell’accezione etimologica del termine, e di conseguenza nell’estensione ad espressioni quali "παρανοίας έλειν τινα" , "accusare di qualcosa", Aristotele) che, nella rappresentazione di un oggetto, ne cela al contempo la rappresentazione di un altro del tutto differente; un percorso in cui l’autore comunica un modo di pensare che procede per similitudini e associazioni, e che attraverso pretesti e coincidenze finisce con il rivelare le idee (e/o le ossessioni) che lo hanno guidato. Il fulmine della "tempesta" di Giorgione che carbonizza i placidi pastori che sognanti lo contemplano da lontano.

Ancora una volta, lo diciamo per spiegare almeno alcune delle ragioni che rendono così intensa questa "scomoda" Gea.

Gea, chi era costei?

Gea, il fumetto, la cui pubblicazione si è recentemente conclusa al diciottesimo numero, ancora più del personaggio, ha rappresentato una peculiare originalità nel panorama fumettistico non solo italiano ma anche, senza esagerare, internazionale.

Innanzitutto per la periodicità. Una periodicità semestrale per un fumetto prodotto in formato popolare non era mai stata azzardata. Un rischio enorme dal punto di vista commerciale. Una tale periodicità alimentava le probabilità che il lettore si disaffezionasse facilmente del personaggio, addirittura se ne dimenticasse.

Sergio Bonelli aveva inteso correre il rischio perché aveva la massima fiducia nella capacità dell’autore, soggettista, sceneggiatore e disegnatore di quelle storie che stavano prendendo il via, di creare un rapporto confidenziale con il suo lettore. Senza illudersi di riuscire a creare un caso editoriale (alla Dylan Dog, per intenderci) con conseguente successo commerciale, Bonelli però confidava nel fatto che Enoch avrebbe potuto contare su una schiera di fedelissimi che non l’avrebbero tradito facilmente.

Ma chi era e cosa rappresentava Luca Enoch nel giugno del 1999 quando fu edito il primo numero delle imprese di Gea?

Gea, dal frontespizio del n.1 · disegno di Luca Enoch · (c) 1999 SBE

C'era una volta Sprayliz...

Enoch aveva già ottenuto una certa notorietà ideando la figura della teenager graffitara Sprayliz. Pubblicata per la prima volta sul n.14 del L’Intrepido del 6 ottobre 1992, il personaggio aveva quindi avuto l’onore di una testata tutta sua, edita, per 11 numeri, dalla casa editrice Star Comics. Nonostante successi di pubblico e di critica l’editore, a causa di dissapori con l’autore, decise di chiudere la testata appunto dopo 11 mesi di pubblicazioni.

Sprayliz si era presentata come una eccezione nel panorama fumettistico italiano. Il fumetto aveva

“...omosessualità, pornografia, razzismo, droga: temi sicuramente non originali in assoluto nel panorama fumettistico italiano, ma che per la prima volta venivano tradotti, sino a diventare tema dominante, in un fumetto popolare e seriale.”

trattato temi impegnati e importanti, a volte scabrosi, affrontando problematiche che andavano dall’omosessualità alla pornografia, dal razzismo alla droga. Temi sicuramente non originali in assoluto nel panorama fumettistico italiano, ma che per la prima volta venivano tradotti, sino a diventare tema dominante, in un fumetto popolare e seriale.

I moduli grafici e narrativi erano piacevoli e accattivanti. Enoch era in possesso di un tratto gradevole ma nello stesso tempo dinamico e le storie erano divertenti. Per quanto gli argomenti trattati fossero particolarmente seri, le storie di solito scorrevano con ritmo veloce. Questo nonostante l’abitudine dell’autore di indugiare, qualche volta di troppo, in verbosità saggistico-descrittive del tutto fuori luogo in un fumetto.

Sprayliz, il fumetto, sicuramente aveva avuto una gran presa sui giovani. Con la sua sensibilità, evidentemente, Luca Enoch era riuscito in qualche modo a interpretare fantasie, aspirazioni e vaghezze della generazione che era venuta dopo quella che si era suicidata o arresa, nel momento in cui gli ideali di cambiamento erano divenuti insensata violenza. La graziosa graffitara interpretava tutti gli esponenti di quella nuova generazione, che era contro il sistema, ma si nascondeva senza apparire, lottava nelle retrovie, per non rimanere ancora una volta oppressa e schiacciata da una macchina oramai globale che si era mostrata così forte da apparire come un invincibile Moloch.

Sprayliz · la prima adolescente ribelle creata da Enoch · (c) aventi diritto

Nessun saggio o testo letterario aveva parlato o rappresentato quei giovani in maniera così brillante come lo aveva fatto Luca Enoch.

Sergio Bonelli era evidentemente rimasto positivamente colpito dal personaggio di Luca Enoch, tanto che, proprio nella consueta presentazione del n.1 di Gea, ammette che dei "fumetti dei nostri giorni" quello che preferisce è proprio Sprayliz. Dunque l’editore aveva vinto la sua naturale ritrosia a pubblicare fumetti con evidenti riferimenti alla odierna realtà sociale e politica.

...e poi arrivò Gea

Luca Enoch, per circa dodici numeri, pur presentando un personaggio sostanzialmente diverso da Sprayliz, di fatto non rinuncia al consueto approccio impegnato. Con Gea, infatti, affronta tematiche complesse con una maturità addirittura superiore rispetto a quella adottata nel precedente fumetto. Le tematiche e il pensiero dell’autore rimangono celate e non spiattellate con evidenza, come accadeva prima. Al lettore si richiede innanzitutto un’opera di riflessione su tematiche addirittura cosmologiche, quali l’eterna lotta tra il bene e il male, ma anche su temi più concreti, seppure di portata universale. Ad esempio la riflessione sulla menomazione e il conseguente confronto del disabile con la vita di tutti i giorni. Riflessione di cui è testimone Leo, il coprotagonista paraplegico delle prime avventure di Gea.

La Città Senza Nome · disegni di Luca Enoch · (c) Sergio Bonelli Editore

È assodato che il punto di svolta della serie (o è più corretto dire miniserie?) sta nel n.12, dove Enoch inizia ad orchestrare l’escalation degli eventi attraverso il classico espediente narrativo dell’oggetto rituale dagli immensi poteri (il libro degli arcani) rinvenuto da un poveraccio qualsiasi (un occultista male in arnese). La brusca accelerazione sortisce l’effetto di un kick in the ass che però il lettore incassa con quell’euforia tipica della rissa da bar dopo l’ennesima birra.

Let’s roll, ed il certosino quadro comincia a svolgersi al cadere della prima tessera del domino. Un quadro che quindi è doveroso cercare di analizzare, nel quale vengono abilmente disseminate quelle similitudini e associazioni di cui si è detto. Gea vive in una Città Senza Nome, forse la stessa di un Nathan Never che fu, o forse quella nei cui vuoti plana disordinatamente Rat-Man; sottobosco dell’etere psichico denominato akasha, e contemporaneamente locus debordante umanità varia, umana e aliena, chioschi di patate dolci e licei intitolati (più o meno velatamente) ad Andrea Pazienza; crocevia allegramente non autorizzato di entità intrusive che la rendono doppia a se stessa e complessamente unica solo allo sguardo, a sua volta doppio, dei baluardi.

Uno sguardo filtrato attraverso quelle lenti scure che sigillano e custodiscono il precario equilibrio interiore che soggiace al raggiungimento di quella pienezza della conoscenza, veicolata attraverso le famose 4 F: forza, fede, fermezza e fiducia (tra l’altro accennate solo un paio di volte all’interno dell’intero arco narrativo) lungo le quali si snoda il percorso di crescita.

“Io sono un’adolescente..Dovrei essere in piena tempesta ormonale e avere brevi e inconcludenti storie di sesso con i miei coetanei! E invece sono qui a esaminare dissezioni di cadaveri! -Gea dixit-”

Una crescita accelerata

E la crescita di Gea ci viene narrata in maniera frenetica, sincopata, a tappe obbligatoriamente accelerate (possiamo solo immaginare cosa le accada da un semestre all’altro :-) e altrettanto divertenti e coinvolgenti. Gea come baluardo e come ragazzina, ovviamente, rispettivamente padrone e preda del delirio ormonale che la caratterizza in quanto adolescente... come d’altronde dice lei stessa nel n.4:

“Io sono un’adolescente..Dovrei essere in piena tempesta ormonale e avere brevi e inconcludenti storie di sesso con i miei coetanei! E invece sono qui a esaminare dissezioni di cadaveri!”

A questo proposito, pertanto, diviene evidente come Enoch, dopo un primo periodo di "rodaggio", abbia dato il benservito ai convenevoli del salotto buono bonelliano per dare la stura ai propri registri espressivi e narrativi, e questa va inteso ben oltre l’impiego, quali personaggi fissi, di un paraplegico e di un gay dichiarato (in questo, come già visto, l’imprinting di Sprayliz è scontato).

Arguzia, irriverenza, cultura e passione si danno ad esempio appuntamento negli innumerevoli poster che tappezzano la casa-casermone di Gea, inno discreto ma presente alla cosiddetta "libertà di pensiero", anche se influenzata da sobbalzi umorali mattutini (come accade nel n.3). Da elementi come questo si realizza come il contesto "teen" venga trattato nei suoi ordinari eccessi e stramberie, senza l’impellenza di sottolinearli in maniera stereotipata (a quello già ci pensano le fiction nostrane). La cricca della nostra pensa a suonare, a ballare e a bere senza per questo diventare spauracchio di comportamenti "devianti".

In questo poi si inserisce l’elemento maturità di Gea, il cui ruolo la porta alla necessità di avere conoscenze di livello del tutto "altro", in aggiunta ed in contrasto con quelle dei suoi amici, cosa che, unitamente al fatto di vivere da sola, la addita già solo per questo come figura carismatica. E lei lo sa bene. Il suo rapportarsi con il mondo è "da grande" per necessità e vocazione proveniente dalla sua ascendenza matrilineare, ma allo stesso modo, sempre per rimanere nel tema del doppio, è un richiamo ed una ricerca della sua infanzia recisa traumaticamente. Gea è al centro dell’attenzione e sola nel fascio di luce dell’occhio di bue, figura divisa e congiungente in se stessa funghi peyote e cultura musicale a 360 gradi, Hassan Massoudi e piano astrale, segni iniziatici sulla mano e abbigliamento attraverso cui l’autore ci parla del suo pensiero, fantasie di una possibile vita familiare ed una particolare e stramba iniziazione al sesso assieme a Leonardo, e infine velleità da cantautore (le famose rime sbilenche) assieme ad una spada nascosta nel basso.

E la cosa più bella è che tutti questi non sono affatto paradossi, o almeno non lo sono più di quanto lo sia l’adolescenza in se stessa.

“Con il tredicesimo numero, con l’inizio dell’invasione, i temi sociali lasciano il passo. Il ritmo dell’opera cambia.”

Come detto, con il tredicesimo numero e con l’inizio dell’invasione, i temi sociali lasciano il passo. Il ritmo dell’opera cambia. I comprimari storici, Leo e Sig, quasi scompaiono dal contesto. In particolare il ritmo serrato degli avvenimenti viene penalizzato dalla serialità semestrale, che poteva funzionare ancora quando le storie, per quanto prevedessero una continuità più ampia, si concludevano in un solo albo.

Questi elementi, unitamente al fatto che l’operazione Gea si sarebbe conclusa in diciotto numeri (contro i venti inizialmente previsti) ha indotto molti a pensare a un taglio imposto dell’editore. Addirittura a una censura sull’autore troppo impegnato nel sociale. I ritmi, divenuti troppo veloci, lasciavano pensare a una accelerazione forzata. È bene smentire queste convinzioni. In effetti risulta che non sono stati realizzati due episodi previsti, ma come ci ha tenuto a sottolineare anche Enoch nel suo blog, questi non avevano un rilievo particolarmente importante nel contesto generale. Per quanto riguarda invece gli ultimi episodi, sicuramente Enoch ha seguito la strada che ha preferito, senza imposizioni da parte di alcuno. Può essere che Bonelli, per coerenza con la propria linea editoriale, non abbia particolarmente gradito l’impegno sociale di Enoch (che però conosceva benissimo già in Sprayliz), però non risulta che abbia mai fatto nulla per condizionare la sua produzione artistica.

E’ sicuramente vero che c’è una iato tra gli episodi precedenti l’invasione e quelli successivi, ma questo è causato da motivi legati alla sceneggiatura e non da eventi eterodiretti. Dietro tutta l’opera c’è sicuramente un intreccio molto complesso, articolato e anche tormentato. In effetti il tono complessivo è molto più elevato di quanto lasci intravedere l’ironia, dietro alla quale l’autore si nasconde e dissimula. L’autore, sotto il divertimento e la sagacia, fa trapelare un profondo pessimismo in genere sulla natura dell’uomo e sui suoi comportamenti. Emergono qua e là quadri allucinanti delle stragi di cui l’umanità si è resa colpevole. Dai genocidi del ventesimo secolo sino alle stragi compiuti dai baluardi contro "Il Nemico". Nell’ultimo numero non mancano angosciati richiami alla Terra stessa intrisa di sangue e che richiede ulteriori tributi. Una visione metastorica, quella di Enoch, disperata nella contemplazione del passato e del presente dell’umanità.

D’altra parte, così come l’ironia non distoglie dalla tragedia, il tratto elegante di Enoch serve per enfatizzare un autentico orrore. L’autore si serve di un disegno, innocuo a prima vista, per far emergere sbigottimento e prolungato terrore nel lettore. La sua conoscenza perfetta delle forme anatomiche gli consente di lasciare sfogo alla sua predilezione nell’invadere, distruggere, deformare, possedere, inondare di umori e liquami disgustosi i corpi disegnati, bestie, demoni o uomini che siano. Come Cronenberg, Luca Enoch ci conduce nel campo del body horror, incutendoci paura e nausea per le deformazioni e le mutazioni del corpo. In ogni caso impressiona l’enorme lavoro di documentazione che ha portato alla realizzazione del personaggio e che è di supporto a tutte le storie.

Sembra quasi che, come accade nelle migliori avventure letterarie Enoch, in questo fumetto abbia messo tutto sé stesso e lo usi come strumento per risolvere le domande cui lo stesso autore non sa e forse non osa dare risposta. Nelle avventure di Gea sono percorsi sentieri in cui si dispiegano temi vicini alla nostra sensibilità. Spesso i temi sono correlati in materia dualistica (intolleranza ed invasione, normalità e diversità) alla contrapposizione dicotomica, però non viene mai data una soluzione univoca e incontrovertibile. Molto spesso le tesi si sovrappongono e si confondono per lasciare sul campo un numero di domande più numeroso di quello che era stato proposto all’inizio. Ma Enoch apre baratri in cui presenta domande di altro e più alto tenore, e cioè sul motivo e sul significato del male sulla Terra.

Il tono delle domande è altissimo e le risposte non possono e non devono essere date.

Questo spiega anche il finale, definito "aperto", di tutta la serie. Sicuramente è molto realistico in una saga cosmogonica, in cui non viene data alcuna risposta definitiva, in cui il livello delle domande ha lasciato nel lettore un’unica certezza, e cioè quella dell’impossibilità dell’uomo di rispondere con certezze. Ecco, in una saga di questo tipo solo un finale di vaghezza poteva avere un senso.

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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