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Per gentile concessione della Panini Comics, presentiamo la versione integrale del commento di F.Manetti all'ultimo numero della collana Ken Parker Collection, pubblicato in forma ridotta per motivi redazionali.
Fine
Faccia di rame, quarto speciale di Ken Parker ad uscire nelle edicole, a fine dicembre 1997 (malgrado l’albo rechi la data del gennaio successivo), dopo la chiusura del Ken Parker Magazine, è l’ultimo episodio inedito di Lungo Fucile.
L’annuncio della chiusura della nuova veste editoriale di Ken non poteva che sorprendere i lettori, malgrado la ragionevolezza delle motivazioni addotte da Bonelli e Berardi in due distinte lettere di commiato (il numero troppo basso di copie vendute e il desiderio, da parte degli autori, di dedicarsi a nuovi progetti). Per convenzione, la chiusura di una serie dovrebbe infatti corrispondere a una conclusione delle avventure del personaggio protagonista, ovvero dovrebbe essere segnata da un episodio che costituisca, in qualche modo, una sorta di convincente “the end”: la morte stessa del personaggio, nella più drastica delle scelte, o il passaggio a una nuova fase della sua esistenza, dovuta perlopiù a un evento di eccezionale rilevanza (come, per fare un esempio fra i tanti, la fine della guerra di indipendenza per il Comandante Mark), di cui niente sarà raccontato. In mancanza di un’effettiva conclusione della avventure del personaggio, è lecito comunque attendere un episodio che possa rappresentare, qualitativamente, un degno “canto del cigno”.
Se la leggiamo con queste aspettative, l’ultima storia di Ken non può che lasciare, a un primo approccio, delusi. Poiché Faccia di rame rientra fra i racconti, scritti dallo stesso Ken, ambientati in un passato precarcerario, Berardi lascia di fatto irrisolta la continuity, interrompendola con l’incamminarsi verso sud di Teddy e Lita dell’ultima vignetta de Le avventure di Teddy Parker. Per quanto riguarda lo stesso protagonista, di conseguenza, la conclusione della lunga storia che ha avuto inizio il 29 dicembre 1868 (quando Ken e suo fratello Bill fanno tappa, di ritorno dalla corsa all’oro, al posto di scambio del vecchio Puncho è rappresentata, molto amaramente, dalla rassegnazione con la quale, rifiutando la proposta di evasione che gli viene fatta da Hamilton, Ken accetta la propria condizione di carcerato
Neppure si può dire, anche a voler ignorare la richiesta, da parte dei lettori, di vedersi offrire una valida conclusione alla saga di Ken, che Faccia di rame sia un episodio fra i più memorabili. Si apprezza, di questo episodio, la naturalezza dei dialoghi (e, in particolare, la vivacità delle rare situazioni umoristiche, come nella tavola in cui Duke cerca di strappare delle informazioni a Stumpy), la scioltezza con la quale vengono gestite le sequenze narrative, i passaggi dall’una all’altra e, ancor più, il loro intrecciarsi (come nel caso del montaggio alternato fra l’assedio degli abitanti di Oroville alla casa dello sceriffo e quello di Duke e di Ken alla capanna dove si sono rifugiati Wikti e Milt), la forza espressiva di singole scene (penso alle quattro tavole in cui si passa rapidamente, alternando urla e silenzi, dal riprendere coscienza di Liz al suo suicidio), la capacità di continuare a innovare rispetto alla tradizione (scegliendo per esempio di raccontare l’irrompere dell’alluvione nella città di Oroville con dieci tavole completamente mute, ovvero prive non solo di balloons, ma anche di effetti sonori). In contrasto con questi pregi pesa, però, oltre alla mediocre concretizzazione grafica della prima parte dell’episodio, la relativa schematicità dei personaggi: Ishi sembra, per la sua iperbolica purezza interiore, la caricatura del “buon selvaggio”; Duke, Ken, Joan e Claude sono ritratti, troppo spesso, come caritatevoli fatine buone; gli abitanti di Oroville sono visti, nell’insieme, prima come ottusi intolleranti pronti al linciaggio, poi è una volta che Ishi ha eroicamente salvato alcuni bambini - come festosi compagni di bevute nel saloon.
Di fatto, possiamo però senz’altro dire che, se pensiamo allo spirito dell’intera serie, Faccia di rame ne ’, tematicamente, una perfetta sintesi e conclusione. Raccontando la morte dell’unico superstite di un gruppo etnico, gli Yana, sterminato dall’invasione dei coloni bianchi, questo episodio rappresenta infatti l’ultimo capitolo, se non della specifica saga di Ken, perlomeno della visione del West proposta da Berardi e Milazzo sin dal primo numero della serie. Un West visto dalla parte degli indiani e letto dunque come sopraffazione dei bianchi su chi già abitava le terre a ovest dell’Atlantico, come genocidio di un intero popolo e come totale cancellazione della cultura di questo stesso popolo. In questo senso, Faccia di rame appare quindi come un corrispettivo più intimo e poetico del massacro di Wounded Knee col quale si chiude, storicamente, il conflitto fra indiani e bianchi.
Una lettura col cervello, una lettura col cuore
Per chi sa leggere sia col cervello (per poter cogliere piccoli indizi disseminati in alcuni punti chiave della storia) sia col cuore (per poter in ogni caso interpretare le ultimissime pagine dell’episodio sul filo delle emozioni che esse suscitano), Faccia di rame potrà peraltro diventare, del tutto inaspettatamente, anche una vera e propria conclusione della saga di Ken. La chiave di lettura che può consentirci di interpretare Faccia di rame come l’epilogo della “umana avventura” di Ken è fornita dalle datazioni della storia. Come già accaduto per alcune delle altre vicende retrospettive raccontate da Ken si ha, a un primo sguardo, una stridente incongruenza. Se il primo incontro di Ken con Ishi avviene nell’estate del 1878, il loro secondo incontro, essendo situato a “tre o quattro anni” di distanza (p. 31), non può che aver luogo nel 1881 o nel 1882, anni in cui, prestando fede alle indicazioni temporali inserite negli episodi che non rientrano fra i dime novels inviati a Buntline - o anche solo pensando al fatto che Teddy, che aveva non più di sei anni in Chemako, ambientato nel 1871, sia, ne Le avventure di Teddy Parker, ancora adolescente -, Ken dovrebbe trovarsi, fuggiasco, in Canada (ovvero ben lontano da Oroville, in California), se non addirittura in prigione. E poiché la data della morte di Ishi è spostata di altri cinque anni in avanti (p. 189), quello che si presenta come un racconto retrospettivo si concluderebbe, mostrandoci Ken in raccoglimento davanti alla tomba dell’amico, in un momento di gran lunga successivo a quello in cui lo stesso Ken, prigioniero a Fort Lauderdale, sta scrivendo. Tornando all’ipotesi dell’inaffidabilità del Ken narratore, si giungerebbe quindi al perfezionamento della falsificazione autoconsolatoria: dopo aver ricreato (o anche solo significativamente alterato) il proprio presente e il proprio passato, Ken finirebbe con l’inventarsi un immaginario futuro da uomo libero.
Questa è la lettura fatta col cervello, l’unica, a mio avviso, che può spiegare razionalmente le incongruenze di datazione. Le ultime cinque pagine – le pagine in cui la voice over di Ken ripercorre con toni malinconici gli anni trascorsi da Ishi a San Francisco - sembrano però invitare piuttosto a un’interpretazione da farsi col cuore, secondo la quale Faccia di rame diventerebbe, a dispetto delle incongruenze, un racconto del tutto affidabile in cui Ken, ad anni di distanza dall’epoca in cui è ambientato I condannati, rivela indirettamente, pur senza spiegare come possa essere accaduto, di essere effettivamente uscito di prigione e di aver ripreso a vivere avventure, lasciate suggestivamente nel vago, che lo restituiscono alla sua natura di irrequieto vagabondo.
So long, Ken
Non ha senso attendere ancora il seguito (e la “vera” conclusione) delle avventure di Ken Parker, continuare a sperare di poter leggere episodi inediti in cui venga raccontato come Teddy e Lita riusciranno a far evadere Ken e quale destino sarà riservato a questo terzetto. E’ Faccia di rame la conclusione delle avventure di Ken, perché quello che ci viene mostrato nell’ultimissima – e stupenda - tavola di questo episodio è, secondo una lettura poetica che lo stesso Berardi ci invita a percorrere, il Ken più “vecchio” che ci sia dato di conoscere. E in ogni caso questo è l’epilogo della serie perché questo finale - così poetico, per l’appunto, così suggestivo - con Ken che si ferma a San Francisco appena il tempo di salutare un vecchio amico per rimettersi subito on the road - chissà verso quali luoghi, chissà per quali motivi… – è il miglior commiato che Berardi e Milazzo potessero rivolgere ai loro lettori più affezionati, a tutti coloro che hanno profondamente amato le storie di questo personaggio, la visione del mondo che esse propugnavano, le emozioni che suscitavano; a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, sono stati influenzati almeno un poco da questa visione del mondo e hanno cercato di ricreare e rivivere in prima persona, nel loro rapporto con gli altri e con tutto ciò che li circonda, queste emozioni.
(c) Panini Comics



