Seguiteci in questa favolosa esperienza nei territori dell’Arizona: attraverso scenari mozzafiato e locations storiche fedelmente riprodotte, vi condurremo al perfetto duplicato di una cittadina del vecchio west, che vi aprirà le porte dei suoi edifici più caratteristici, come la prigione dello sceriffo e il saloon. Assisterete ad alcune scaramucce tra loschi individui, indiani e soldati è appositamente allestite per voi è a conclusione delle quali potrete rinfrescarvi nelle acque dei torrenti della zona e scaldarvi al caldo sole del sud.
Consigliato ai viaggiatori di una non più verde età, questo viaggio si segnala per l’assoluta mancanza di sorprese, fatiche, forti emozioni e seri pericoli e per la presenza di una guida d’eccezione, un vero indiano Apache, il ribelle Taiga, che vi aiuterà a risolvere ogni vostro problema e ad esaudire ogni più piccolo desiderio.
Guai a fidarsi delle preview e dei titoli, soprattutto quando parlano di “imprese disperate”, “sporchi complotti”, “difese del popolo rosso” e “infami ricatti”. Si rischia di aspettarsi chissà che e poi ci si ritrova a guardare la pubblicità di un viaggio in Arizona, con Tex e Carson a fare i turisti per caso (o sul serio!?). In 220 pagine i nostri eroi s’impegnano al massimo per offrire al lettore un inesauribile campionario dei topoi "nizziani" dell'ultimo decennio (cfr. scheda), arricchito da una nuova perla: i due vecchietti stesi al sole a “riprendere fiato”, in attesa che arrivi Taiga a salvarli dall’ennesima magra figura.
Per 220, infinite, allucinanti, incredibili pagine, Tex e Carson corrono su e già per l’Arizona, tallonati da Taiga e dagli Apaches, a loro volta inseguiti dai soldati. Tante corse per non arrivare da nessuna parte: verità e giustizia nizziane trionfano solo grazie a Taiga, che preferisce fare da sé (di nuovo) e far confessare il cattivone (di nuovo), dopo che il primo reo confesso si fa ammazzare, complice la dabbenaggine di Tex.
Nonostante i disegni del maestro Ticci, questa storia si colloca a fianco delle peggiori fatiche di Nizzi pubblicate nel 2004, quindi tra le peggiori in assoluto. Sembra quasi una miscela diabolica degli elementi più avvilenti de “Le foreste dell’Oregonò (n.513-514) e de “I fratelli Donegan” (n. 526-527): l’inettitudine di Tex e l’inutilità della sua presenza, da una parte; il numero, la gravità e la volontaria comicità dei salvataggi e delle incongruenze, dall’altra.
Con queste premesse, buon 2006 a tutti.
Se abbiamo superato l’impulso di abbandonare la lettura di questa storia dopo le prime 50 pagine, lo dobbiamo ai disegni di Giovanni Ticci, che si conferma interprete magistrale delle ambientazioni western e dei variegati personaggi che ne sono i protagonisti, in particolare i popoli indiani e i soldati. Passano gli anni ma Ticci non delude, piaccia o non piaccia il suo tratto sintetico, in continua evoluzione.
Tuttavia, ci lasciano un poè perplessi certe espressioni enfatiche è a volte eccessivamente caricaturali è di alcuni personaggi di contorno, come gli aiutanti dello sceriffo (pag.16-17, n.542) e il messicano Raimundo (pag.88-91, n.542). Quanto al laido affarista Emmerich, nella scena di pag.111 (n.543), espressioni e posture non lo fanno assomigliare un poè a Gambadilegno? Insomma, ci sono diverse cose fuori posto, tipo il Carson di pag.11-12-42 (n. 543) raffigurato come un vecchietto sofferente e sconfitto, e un Tex un po' troppo sorridente, soprattutto mentre si sta riposando al sole e si sta godendo il soggiorno al fresco, e prima di slacciarsi il cinturone.
Che dire? Brutta conclusione d’anno, inizio ancor peggiore. Forse non è molto texiano rassegnarsi, ma dobbiamo onestamente ammettere che è considerata l’età media dei dirigenti Bonelli e dell’autore è questo è il Tex che meglio li rappresenta e che, di conseguenza, vedremo in edicola per molto tempo ancora. Peraltro, un Tex che fa poco o niente e che quando agisce si circonda di avvocati o giudici, consente all'editore di scansare grane e accuse di vario tipo da parte di lettori e fautori del politicamente corretto. Con tutto ciò, stentiamo a capire perché un Tex settantenne debba per forza muoversi in un universo di trame sconclusionate, contro avversari tratti dai film western di Ciccio e Franco.
Questo è il Tex asettico, apatico e apocrifo, post-GL Bonelli: non un mito, non un eroe, e nemmeno un passatempo, ma solo un prodotto di carta uscito da una fabbrica, che continua a fregiarsi del titolo di “Fabbrica dei Sogni”.




