Testi
Adoro i gialli di Nero Wolfe: sono gli unici che riesco a leggere anche senza preoccuparmi di indovinare chi sia il colpevole; quello che mi intriga è l'ironia di Archie Goodwin, le manie del protagonista, il ricco cast dei comprimari (Cramer, Fritz, Theodore...); e il fatto che tutto sia reso con una scrittura colta e accattivante benché si tratti di un genere di evasione.
Perdonate questa parentesi personale, ma serviva proprio a spiegare cos'è che mi piace sempre di più di Julia, facendola diventare, insieme a Nero Wolfe e all'ultima sorsata di birra, uno dei miei piaceri irrinunciabili: è il superbo impianto formale. Il piacere che si trae dalla lettura di questo fumetto è indipendente dalle storie che racconta: è il modo in cui queste vengono raccontate, che incanta.
Il soggetto di questo numero, in realtà, non pare esente da difetti: gli elementi fuorvianti, che classicamente vengono disseminati per distogliere il lettore dalla verità colta anzitempo, risultano forse un po' artificiosi, riconoscibili, poco naturali, non scappano inosservati. Un leggero senso di forzatura prende il lettore che ha appena chiuso il suo albo e riflette sulla fine della storia. Oltretutto sembra di intravedere anche qualche buco nel soggetto, qualche debolezza interna alla storia (e a questo proposito vedere la scheda di questo numero).
Eppure... la sceneggiatura incanta. La forma usata per raccontare questa storia non del tutto felice è perfetta, è un orologio, è una struttura magicamente tesa in equilibrio sul filo del racconto, in cui quello che risulta, alla fine, assolutamente impagabile, è proprio il contorno narrativo, l'ambientazione, la cornice.
Che dolcezza nel dialogo tra Julia e la nonna, che simpatia emana da certe espressioni del buon Irving quando fa i complimenti al caffè di Emily, che brioso realismo nelle schermaglie tra Julia e Webb... E che straordinaria abilità nel narrare con le immagini: la sceneggiatura delle prime cinque pagine non prevede un solo balloon; non c'è mai una parola in più, una parola fuori posto, un passaggio affrettato o poco chiaro.
Disegni
Ovviamente, quando si inizia un fumetto con cinque tavole senza parole, per tacere del resto, è essenziale che il disegnatore svolga il suo lavoro con chiarezza. E Siniscalchi svolge il filo figurativo della storia con matematica evidenza, quasi un teorema. Rappresenta talmente bene la storia da fornire proprio lui al lettore un indizio determinante per capire la verità, insistendo molto sull'essere mancino del personaggio che poi si rivelerà essere il colpevole.
Globale
De Nardo si conferma abile sceneggiatore: sollevato dal peso di scrivere il soggetto (le sue precedenti prove su Dylan Dog - il DD137 "La città perduta", la storia contenuta nell'ultimo Almanacco della Paura "Sperduti nel nulla " e il DD148 "Abissi di follia" - non brillavano certo per originalità, malgrado il buon ritmo delle sue sceneggiature) si inserisce alla perfezione nello stile narrativo finora tracciato da Berardi e Mantero.
Efficace e inquietante la copertina di Marco Soldi che presenta una composizione degna di nota, ancora una volta ben distante dal canone bonelliano e perfettamente in linea con la filosofia della serie.





