dall’archivio di uBC · 1996–2016Intervista

Intervista a Gianfranco Manfredi

pubblicato
01.12.1997
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6 minuti
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disegno di Venturi (c) 1997 SBE

Nella tua storia professionale sei passato dal cinema al fumetto. Due modi diversi di raccontare per immagini. Quali differenze hai trovato tra nello svolgere queste due attività?

Innanzi tutto credo di avere il gran privilegio di vivere del lavoro di scrittore. In Italia è molto difficile, si può fare solo se uno sceglie di farlo a tutto campo e, quindi, considerare con lo stesso rispetto il lavoro per un libro (un romanzo) che ha bisogno di un impegno più approfondito, con quello per il cinema o la televisione in cui bisogna offrire una capacità o abilità di scrittura al servizio dell'altro. Nel cinema ho quasi esclusivamente scritto idee di altri, in pratica mi chiamavano, ed aiutavo gli altri a raccontare quello che volevano raccontare. E' una scrittura molto disponibile e di servizio. Si diventa bravi a raccontare le cose che interessano gli altri. Quando poi si raccontano le proprie si ha un punto di vista più ampio. Il fumetto è ancora un'attività artigianale: uno scrive, uno disegna, se le cose non vanno bene le sceneggiature si correggono, i disegni si rifanno. In ogni caso è un lavoro dove si sa sempre cosa si fa. Lo si controlla abbastanza bene e poi, soprattutto, ha il merito di rivolgersi ad un pubblico in grandissima parte giovanile. Oggi il cinema non racconta più niente ai giovani, soprattutto quello italiano, anche se sono loro che riempiono le sale. Il cinema ha rinunciato a parlare ai giovani, fortunatamente il fumetto no.

Il tuo primo lavoro fumettistico è stato Gordon Link. C'era stato altro in precedenza?

Negli anni settanta collaboravo con la rivista Re Nudo. Avevo fatto qualche testo ed addirittura una storia disegnata. Era un momento in cui cominciava un fumetto nuovo, ricordo che noi per primi abbiamo pubblicato tavole di Scozzari (che poi ha avuto grande successo su Linus e Frigidaire). Il fumetto interessava molto, soprattutto quello un po' figlio della controcultura. Poi ho incrociato il fumetto facendo per la tv le sceneggiature di Valentina di Guido Crepax ed ho collaborato come articolista a Linus. Per me il mondo del fumetto è stato sempre una specie di seconda casa. Adesso è il mio lavoro principale. Certo Sergio Bonelli ti mette al tuo servizio una struttura non indifferente, che ti permette di farlo al meglio, con tranquillità.

In Gordon Link le tematiche horror erano la struttura portante. In queste storie ci sono stati due episodi ambientati nel west dove c'era un personaggio chiamato Jack Condor. Già allora in te c'era l'idea di un west magico?

Sì, ci pensavo già allora. Tra l'altro fu una delle storie più gradite quella con il personaggio di Jack Condor che era piaciuto moltissimo ai lettori.

Quali furono i motivi che portarono alla chiusura della testata?

Gordon Link non era nato come imitazione di Dylan Dog, ma era nato come telefilm (..) Io ho imparato a fare fumetti facendo Gordon Link.

Gordon Link era un fumetto in cui lavoravamo numero per numero essendo usciti con un solo numero pronto. Era un continuo inseguimento e poi dopo un paio d'anni ha dovuto cessare le pubblicazioni (anche se avevamo altre sette storie pronte visto che eravamo riusciti ad organizzarci in un modo migliore ed erano aumentati i disegnatori) per delle difficoltà finanziarie della Dardo. Credo che i lettori siano rimasti anche troppo affezionati al personaggio che soffriva di molti alti e bassi. Infatti, io stavo imparando a fare il fumetto con Gordon Link. Era nato proprio per caso: mi avevano chiesto ad Italia 1, dopo Valentina, di fare una serie di telefilm sui fantasmi (sulla traccia di Ghostbuster). Non era nato come imitazione di Dylan Dog, ma era nato come telefilm: questa serie, che io avevo preparato per un anno, per motivi economico-finanziari non si era fatta. Mi erano così rimaste queste storie in mano. Ero andato alla Dardo per proporre un progetto televisivo per il Grande Blek e Casarotti della Dardo stessa mi ha detto: "Perché non fai un fumetto?". Io gli ho fatto leggere queste sceneggiature. Gli piacquero e le ritenne idonee per farne una serie. Dopo ho scoperto che era una cosa importante e che arrivavano un sacco di lettere. Io ho imparato a fare fumetti facendo Gordon Link. I disegnatori, poverini, avevano così poco tempo per disegnarle che una certa approssimazione, dei salti di stile, erano un po' evidenti sulle pagine ed uscì qualche numero francamente bruttino. E' stata un'esperienza in cui mi sono molto divertito. Ringrazio Casarotti che mi ha permesso di imparare un altro mestiere. Successivamente ci fu il passaggio alla Bonelli su Dylan Dog.

Sei passato da un tuo personaggio ad uno partorito dalla mente di un altro autore (Sclavi). Quanto è stato difficile immedesimarsi nel personaggio?

Io ho cercato di rispettarlo al massimo. E' un fumetto che ho sempre letto ed amato sin dal n.1, mi piaceva molto, mi piace il modo in cui racconta Sclavi, mi piace il tipo di cinema a cui fa riferimento. Non ho avuto molte difficoltà. Più che altro, anche su suggerimento redazionale, mi era stato chiesto di fare un Dylan Dog che fosse un po' più detective e d un po' meno horror, perché poi altri autori, tipo Chiaverotti, insistevano molto su questa alternanza realtà/incubo "era vero, era sogno, era un incubo, era...". Si voleva arricchire la serie di un altro tipo di tematiche così ho scritto delle storie con un plot un po' più giallo, anche se ho cercato comunque di affrontare i temi classici dell'incubo di Dylan Dog. E' stata un'esperienza molto interessante anche se, credo, che il meglio di me l'ho dato con Magico Vento, perché ho potuto fare veramente quello che amo. Un conto è raccontare un personaggio di un altro ed un conto è raccontarne uno proprio.

Questo scrivere Dylan Dog "giallo", ti ha portato a lavorare su Nick Raider o era già preventivato?

Magico Vento è divenuto la sintesi delle mie esperienze. C'è l'horror, il magico e c'è anche molto realismo.

No. E' successo che dopo l'ormai famoso anno sabbatico, Sclavi è tornato al timone della serie. Nessuno può scrivere Dylan Dog meglio di lui che lo ha ideato. Nel frattempo è nata la mia amicizia con Renato Queirolo che cura Nick Raider. Insieme ci siamo trovati molto bene. Per me scrivere i plot gialli è una cosa che mi viene molto semplice. Il mostro, l'orrore, ti consuma. Ogni tanto hai bisogno di realtà. Sono sempre stati temi su cui ho puntato e, quindi, uno ha anche bisogno di respirare e Nick Raider mi ha permesso di farlo. Ho potuto raccontare storie più umane, più riconoscibili e Magico Vento è divenuto la sintesi delle mie esperienze. C'è l'horror, il magico e c'è anche molto realismo. Fare dei personaggi interessanti che non sono solo lì per essere uccisi, ma che hanno una loro psicologia, un modo di reagire alle circostanze.

RG
Roberto Giammatteotutti i suoi articoli