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| Parola d'autore |
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Michele Medda torna a monopolizzare le pagine di "Parola d'autore" con questo divertente intervento "autobiografico", tratto dalla Mailing list Ayaaaak, dedicata al fumetto bonelliano.
Perchè facciamo quel che facciamo?
Un mio amico medico mi ha detto che la vera differenza tra un dottore neolaureato e un dottore con qualche anno di esperienza e' lo sguardo smarrito... tipico del secondo. Nel senso che, se il neolaureato si vede gia' "arrivato", il medico si vede gia' finito. Prescrive una cura e poi si chiede se quello che ha fatto non stronchera' in un colpo solo la vita del paziente e la propria carriera.
Il neolaureato sa di sapere. In termini meno drammatici, ho detto al mio amico, e' lo stesso nel nostro lavoro. Lo sceneggiatore che pubblica la sua prima storia da professionista viene colpito dalla stessa sindrome del medico neolaureato. Prende l'albo che ha scritto, e pensa: "Ho il mondo in mano. C'e' il mio nome sopra. Ho Creato. Sono Dio. In ginocchio, miseri mortali. E, barista, un altro giro. Stasera pago io". L'albo viene immediatamente regalato ad amici e parenti, che poi diranno: "Ah, quindi l'hai scritto tu... che bravo... hai messo le paroline negli spazi bianchi, vero?"
Una conferma della celebrita' raggiunta arriva al momento di depositare un
assegno in banca. Il cassiere rigira l'assegno tra le mani, sembra
riconoscere il nome. Ma fa niente. E' bello essere una celebrita'. Pensi ai Beatles, mentre una ragazzina si sporge dal finestrino della sua Panda e ti urla dietro. Ti occorre qualche secondo per capire che le hai rigato la fiancata uscendo dal parcheggio. Alla prima intervista per una fanzine, mi raccomando, datti un tono. Sollecita democraticamente il fanzinaro a darti del tu, ma senza concedergli troppa confidenza. Niente pacche sulle spalle, insomma. Usa un tono di voce basso quando parli, ma quando passa una bella ragazza con un albo di Dylan Dog sottobraccio, enfatizza strategicamente alcune parole: "Ne parlavo proprio l'altra sera, a cena a casa di Tiziano insieme ad Alfredo Castelli..." (e se la ragazza indossa una T-shirt di Che Guevara, azzarda: "e proprio in quel momento ha telefonato Fausto.") E poi hai l'occasione di farti perdonare dalla ragazza della Panda invitandola in un localino "in". Ora che sei un Autore puoi permetterti di offrirle il cocktail di gamberetti, oltre che di ripagarle la fiancata della macchina. Passano i giorni. Ti concedi qualche rilettura del tuo capolavoro. Ah, come scorrono bene i dialoghi. E i personaggi sono tutti ben caratterizzati. Il finale, poi, e' spettacolare, si', ma ha quella giusta nota di amarezza, per non fare il solito finale consolatorio. Il disegnatore, poi, ha seguito alla lettera tutte le mie indicazioni. Ho fatto bene a fargli descrizioni di quindici righe. Sono Dio. Inginocchiatevi, miseri mortali. Ecco, questo stato di piacevole euforia non artificialmente indotta dura il tempo necessario a produrre altre tre o quattro sceneggiature. Alla quinta sceneggiatura il neo Autore rilegge la prima che ha scritto. E le ginocchia cedono. Fatalmente, il plot rivela una falla piu' grande di quella aperta dall'iceberg sul Titanic. I dialoghi non "scorrono" piu'. Suonano goffi, forzati. Per magia, tutti i refusi balzano all'occhio contemporaneamente. E uno cambia addirittura il senso della frase che rivelava il "messaggio" della storia. La battuta di pag.15 non fa ridere, e per giunta, facendo zapping, la senti pronunciare da Christian De Sica in un film di Vanzina. Il finale... mio Dio, com'e' affrettato. Due pagine e bum, il cattivo muore. Perche', perche' mi sono allungato tanto nel prologo?
L'incontro casuale con un vecchio amico da' la mazzata finale: Dopo questo, e' difficile ricominciare a scrivere. Scarti qualunque idea, perche' tanto "e' tutto gia' visto" o "diranno che ho copiato". Oppure "Sarebbe bello, ma ci vorrebbero trecento pagine." O meglio: "Se avessi un disegnatore bravo per questa storia... ma non ce l'ho." Roso dal dubbio, finisci per scrivere a due giorni dalla scadenza, usando -per fare piu' in fretta- abbreviazioni incomprensibili che il disegnatore non capira' mai. "In CM vediamo A e B ripresi in FI che vanno a SX mentre C e' in PPP di 5."
Nel giro di un anno l'orgoglioso creativo che eri si e' trasformato in una
pappetta gelatinosa. A questo punto guardi con orrore il collega "anziano"
(ha solo qualche anno piu' di te) autoflagellarsi nelle interviste con le
immancabili parole: "Oh, io non sono che un umile artigiano al servizio di
questo medium meraviglioso..." I cavalieri neri della Critica spronano i cavalli e si allontanano al galoppo, e il povero sceneggiatore peone tira un sospiro di sollievo, tornando alla sua macina. Alcuni, invece, non saranno mai toccati dai Cavalieri Neri della Critica, perche' sono al sicuro dentro il bunker del cinismo. Le porte sono sprangate, e nessun gas tossico emanante dalle Recensioni puo' filtrare. "Non e' che un lavoro. Lo faccio per i soldi. Non rileggo neanche gli albi che scrivo." "Ma certo che sono cazzate. Sono solo fumetti. Se volete dell'arte, leggete i libri. Se cercate dei messaggi, aprite la vostra e-mail e buona fortuna." E tu allora cosa fai? Nella trincea che ti sei scavato a meta' strada tra Artigiano Farm e Cinismo Shelter, una mano misteriosa ha issato un cartello: NOBODY KNOWS ANYTHING. E' un motto che tutti conoscono a Hollywood (un posto dove metti un piede a terra e calpesti i resti senza nome di qualche sceneggiatore). "Nessuno conosce niente" significa che, qualunque cosa tu scriva/componga/canti/diriga, nessuno sara' mai in grado di predirne il risultato.
Per il fumetto e' la stessa cosa.
E dopo... Non e' possibile. Eppure ci avevi messo tutta l'energia, la buona volonta', etc... E a questo punto, mentre una musica ossessionante parte in sottofondo, una spirale ti avvolge, e comincia il processo con cui la larva che sei dara' vita a una meravigliosa farfalla. Forse.
L'epilogo il giorno dopo, in un'ora qualsiasi, col rumore del traffico dalla strada e di un aspirapolvere dall'appartamento di sopra. In primo piano, dita che si muovono sulla tastiera del computer e con un leggero movimento di macchina carrelliamo sul monitor e zoomiamo sulle parole: TAVOLA 1. Stacchiamo sul volto dello sceneggiatore, con gli occhi persi in un qualche punto dell'universo e lo sguardo smarrito, come se fosse un chirurgo che esercita da qualche anno e prega un dio sconosciuto che le sue mani -stacchiamo di nuovo sulle dita che battono i tasti- sappiano che cosa fare. Dissolvenza in nero, scorrono i titoli di coda.
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