Dopo aver raccontato le gesta di cowboy, indiani, pistoleri e sceriffi (ne abbiamo parlato qui), Tiburce Oger continua la sua personale storia del West volgendosi ora all’altra metà del cielo: non per opportunismo, ma perché le donne, immigrate o native, vissero appieno le tribolazioni della Frontiera.
In questo volume edito dalla casa editrice Grand Angle, Oger alterna storie reali – quelle delle pioniere Abigail Dunaway, Margaret Borland ed Eilzabeth Chrisman, dell’afroamericana Mary Fields o della fuorilegge “Belle” Star – ad altre possibili e quindi paradigmatiche, o storiche ma i cui nomi non sono rimasti, come quella delle bianche rapite dagli indiani disegnata da Laura Zuccheri (l’unico caso tradotto in italiano dalle Edizioni Segni d’Autore, con il titolo Il massacro di Draper’s Meadow).
S’è capito: ad eccezione della prima e dell’ultima tavola (la storia “cornice” che fa da fil rouge, affidata come sempre a Paul Gaustine) e di due capitoli rispettivamente di Dominique Bertail (La resistenza di Madeleine) e di François Boucq (suo il Bouncer in coppia con Alejandro Jodorowsky e disponibile per Magic Press), tutte le matite sono femminili, in un florilegio scelto di eccellenti disegnatrici transalpine, avvezze al western come Gaëlle Hersent (il suo Calamity Jane è edito da Cosmo) o alla loro prima prova: a volte tradotte – è il caso di Virginie Augustin (il sesto volume di Conan il Cimmero pubblicato da Star Comics nel 2019), Elvire De Cock (varî numeri per Historica), Nathalie Ferlut (Artemisia nel 2018 per Coconino) e Miss Prickly (Adele crudele) – o ancora inedite – Daphné Collignon, Isabelle Dethan, Éloïse Oger e Béatrice Tillier.
L’occasione è ghiotta: per la visione storica globale che il singolare punto di vista comporta, per la scoperta di nuovi talenti e perché, come si dice in Texas, e come leggiamo alla fine della storia di Margaret Borland: «spesso, il miglior uomo per fare un lavoro è una donna».
