American Jesus Trilogy, pt.II

///
7 mins read

Analisi del libro secondo “Il nuovo Messia”, di Mark Millar e Peter Gross

Dissolvenza…

L’aumento esponenziale di impegni professionali nel corso degli anni, soprattutto da parte di Millar (un esempio per tutti: Civil War), ha di fatto relegato in cavalleria alcuni dei suoi progetti creator–owned, almeno fin quando la definitiva affermazione del Millarworld (e la successiva vendita del brand al colosso dello streaming Netflix) ha riacceso la luce verde sulle vicende di Jodie e compagnia, portando così le rimanenti due parti della trilogia a trovare la strada verso gli scaffali nell’arco di tre anni scarsi, a partire dal 2020.

Al di là dell’impianto iniziale, pur già individuato all’epoca dai due autori nelle sue linee generali, un così significativo hiatus temporale ha necessariamente richiesto di rimodulare in corsa molte delle idee di partenza. Prima fra tutte, l’opera aveva assunto già intorno al 2015 il nome definitivo di “American Jesus” – di cui “Chosen” è quindi diventato il sottotitolo per la prima parte. A ben vedere, però, la già citata prospettiva di ribaltamento acquisisce anche qui un significato preciso: Jodie da Peoria (Illinois) era infatti cresciuto credendosi la reincarnazione di Gesù di Nazareth. In realtà, il discorso è più ampio, e si basa sui seguenti punti: il twist era ormai già noto; la narrazione avrebbe verosimilmente continuato ad essere caratterizzata da una vena di post-modernismo; il secondo volume andava ovviamente incentrato sulla figura cristica. Come riuscire ad applicare ancora il principio del ribaltamento di prospettiva?

Millar stavolta decide di seguire una traiettoria più lineare, partendo dall’annuncio dell’arcangelo Gabriele, in completo bianco e codino, alla giovane (e vergine) Luciana – anche in questo caso, l’uso dei nomi è tutt’altro che casuale: Luciana è un patronimico, il cui significato è “figlia di Lucio”, interpretabile in alcuni casi anche come “nata nella luce”. Da notare l’origine ispanica di Luciana, chiaro riferimento alla corrente cultura dell’inclusività, ma anche – e soprattutto – al fatto che attualmente la platea cristiana cattolica più fervente a livello mondiale è proprio quella dell’America Latina, con buona pace della vecchia Europa (ma forse non tanto del Vaticano, dato che sul soglio petrino siede oggigiorno “un uomo che viene dalla fine del mondo”, come ebbe a lui stesso a dire in occasione del suo “Habemus Papam!”).

L’angelo fornisce a Luciana (e così al lettore) tutte le informazioni necessarie per acquisire un’opportuna conoscenza del contesto, annunciandole tra le altre cose (siamo negli anni ’70 del secolo scorso) la futura strage delle Torri Gemelle, e spingendola a mettersi al sicuro assieme al suo fidanzato Edie – il nome Edward può essere interpretato tra gli altri come “difensore del retaggio” – avvertito anche lui in sogno (come il Giuseppe dei Vangeli). Laddove nel caso di Jodie nessuno intorno a lui era al corrente della sua vera natura, nella comunità in cui i due giovani vengono inviati tutti conoscono i dettagli della situazione, e stringono sin da subito un forte cordone di sicurezza attorno a loro e, a seguire, attorno al frutto del virgineo latino grembo: Catalina.

Quello del gender swap è un espediente narrativo nemmeno così originale, ma in realtà è qui che Millar innesta il primo “pesante” ribaltamento di prospettiva: Catalina ha sì un nome spagnolo (molto popolare anche in Sud America) che costituisce una variante di Caterina, e che può significare “pura”, dall’aggettivo katharós; più di questo, però, Catalina è una ragazzina adolescente cui (a suo dire) è stata negata una vita normale, essendo dovuta crescere nella comunità che aveva accolto a suo tempo i genitori, e che le ha attribuito un quid di divinità cui lei non crede affatto. Ancora, Catalina vive il fondamentalismo cristiano che la circonda come una condanna, e attende solo il compimento dei suoi diciotto anni per andarsene via, e tanti saluti alla storiella dei “poteri” che ancora non si sono attivati, e che lo faranno nel fatidico momento giusto.

Come il Cristo all’epoca si allontanò dalla civiltà per recarsi nel deserto in vista della fase finale della sua predicazione (e della sua vita terrena), e fu ivi tentato dalla sua controparte, il collaudato espediente narrativo conduce Catalina fuori dal “deserto” a braccia aperte verso la civiltà, dove invece si abbandona a tutte le tentazioni possibili, in primis ovviamente quelle carnali. D’altronde, lo stesso Oscar Wilde diceva che “l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi”, veleggiando tra l’altro in acque non lontanissime da quanto professato da gente del calibro di Lutero, o Rasputin. In questo caso, alter ego del tentatore evangelico è il giovane Dylan – dio del mare, secondo la tradizione gaelica – che viene opportunamente dipinto con le fattezze del Cristo dell’iconografia cristiana (o ancor meglio, della filmografia occidentale). È tra l’altro in questa fase che l’autore riesce a riproporre un po’ di quei discorsi sulla cultura pop come prospettiva di interpretazione del reale; se però da un lato per Jodie questo era l’unico modo di decodificare la nuova realtà che stava vivendo, nel caso di Catalina tale rimando risulta un po’ troppo telefonato, e rischia così di perdere parte del sapore e del fascino iniziali.

L’improvviso precipitare degli eventi conduce in fretta verso il terzo atto, dove si consuma la classica scena madre: Catalina e Luciana circondati da Allerdyce (agente operativo al soldo delle potenze diaboliche, già comparso in “Chosen”) e da una miriade di soldati in assetto black–ops. Il twist è ovviamente dietro l’angolo, e qui Millar e Gross danno la stura agli effetti speciali: l’esercito diabolico viene spodestato prima da un diretto intervento dall’Alto dei Cieli, e un secondo dopo da Catalina, cui evidentemente la situazione di pericolo ha agito da trigger, e i suoi famosi poteri si sono finalmente attivati.

Nell’epilogo Millar cala l’asso e inquadra tutto il senso del racconto attraverso il ribaltamento supremo: Catalina non è la figlia del Dio “lento all’ira e facile al perdono” del Nuovo Testamento, quanto di quello iroso e geloso del suo popolo eletto, che aveva tenuto banco in tutto il Vecchio Testamento. È questo un Dio che ha dato all’umanità tutto il tempo di pensare ai suoi errori dopodiché, una volta esaurita anche la pazienza di scorta, decide di passare direttamente alla cassa per il redde rationem finale.

In questo secondo capitolo la manipolazione secondo una logica antropocentrica delle famose – e a più riprese citate – “regole del gioco” alla base di un credo religioso si fa sentire di più. Allerdyce commenta il sacrificio del Cristo sulla Croce come l’esempio più lampante della debolezza del credo cattolico, interpretato a suo dire dai fedeli come una sorta di “sacrificio onorevole”. Sulla stessa scia, il Padreterno viene criticato perché ha mandato suo figlio sulla terra e, pur constatando che gli è andata male, si è incaponito a riprovarci.

A voler essere precisi, la venuta del Cristo – e il suo conseguente sacrificio – è ampiamente profetizzata nei testi del Vecchio Testamento: il Signore sapeva benissimo cosa sarebbe accaduto a suo figlio (e quindi a Lui stesso, ma qui si rischia di sconfinare nelle tesi di ontologia trinitaria e non c’è Hemmerle seduto al banco di dietro a suggerire). Anche Gesù (per gli stessi motivi di prima) lo sapeva, ciononostante la sua natura umana prende per un attimo il sopravvento nell’orto degli ulivi, ma poi il copione ritorna sui binari prestabiliti. In aggiunta, lo “scandalo della Croce”, vale a dire l’apparente sconfitta del Cristo, mandato a salvare gli uomini e da questi invece ucciso, diventa il climax della missione divina, perché è proprio nell’attimo in cui rende la propria anima al Padre, che il Figlio carica su di sé il peso di tutti i peccati dell’umanità, passati, presenti e futuri, donandole così la vera redenzione; ciò ovviamente a patto di operare un sincero pentimento.

A tale proposito è curioso che Allerdyce, un attimo prima di puntarsi la pistola alla tempia, supplichi Catalina di avere almeno il tempo di pentirsi, come se tale atto sia una cosa da poter fare a comando, e non il risultato di un discernimento profondo – e di certo non raggiungibile nell’arco di due secondi e tre decimi.

En passant, quando la religione cattolica viene usata come elemento narrativo, la grande assente è spesso e volentieri Maria, vergine e madre di Dio, per la quale tra l’altro è stato più volte evocato dalla Chiesa cattolica il titolo di co-redentrice assieme a suo figlio. La presenza di Maria nelle Sacre Scritture è molto limitata, e questo la rende un soggetto molto difficile da trattare, ragion per cui spesso e volentieri la si cassa direttamente dall’equazione. Nel caso in essere, almeno, Luciana contribuisce con un ruolo di un certo peso, anzi – ulteriore ribaltamento – alla mitezza di Maria viene contrapposto il carattere deciso che Luciana, novella Sarah Connor, ha dovuto acquisire per proteggere la sua prole.

In coda, il contributo grafico di Peter Gross si differenzia, abbastanza inevitabilmente, dal suo lavoro nel precedente capitolo: alcune sue personali vicissitudini di salute lo hanno costretto per certi versi a dover reimparare a disegnare, e nel suo percorso riabilitativo avranno sicuramente fatto capolino anche i nuovi strumenti grafici che hanno invaso il mercato negli ultimi anni. Se sono relativamente poche le differenze in termini di costruzione e gestione della tavola (fatta salva qualche splash page in più per sottolineare alcuni passaggi di spessore), il risultato dà comunque in generale l’idea di una sua maggior consapevolezza circa l’importanza dell’opera che ha avuto la ventura di co-firmare.

Proseguendo quindi  il paragone iniziato la scorsa volta, stavolta l’estetica è quella di una serie TV a cavallo tra gli anni ’90 del XX secolo, e gli anni ’00 del nuovo millennio, quando la dimensione orizzontale del racconto si fa strada accanto (e al di là) del “caso/mostro della settimana”, e aumenta quindi la voglia di narrare dei film che proseguano oltre i titoli di coda. Per intenderci: siamo tra The X-Files e The Sopranos, ma un attimo prima della rivoluzione portata dalla generazione di Lost.

Dissolvenza…

 

Sullo stesso argomento:
American Jesus Trilogy, pt.I
American Jesus Trilogy, pt.III

Oscar Tamburis

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

Articolo precedente

“Dodici”
di Zerocalcare

Prossimo Articolo

Samuel Stern n.54
“Il figlio dell’abisso”

Ultimi Articoli Blog