La strage silenziosa: una storia (al) femminile

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Dylan Dog n.430 BIS: Bambini, Incubi e Spettri

Il duo composto da Rita Porretto e Silvia Mericone, come anche nelle parole di Recchioni nel suo editoriale, ha dalla sua una lunga gavetta, che si diparte principalmente da quel Dr. Morgue che ha saputo portare una ventata di freschezza nel panorama fumettistico nostrano, sia per l’idea di fondo che per la capacità di trasporla in parole e immagini.
L’ingresso delle due autrici nella “writers’ room” dell’Indagatore dell’incubo è avvenuto con sapiente lentezza, un po’ come quando si lascia una pietanza a “riposare”, per poi addentarla e assaporare il perfetto amalgama dei sapori: in buona sostanza, è questa la sensazione che accompagna la lettura di questo nuovo “BIS” dylaniato – che da un punto di vista strettamente tecnico avrebbe tranquillamente potuto rientrare nella serie regolare, senza particolari etichette.
Ad ogni modo, pur in questa attuale incarnazione del personaggio, chi ha avuto la ventura di leggerne le avventure da un bel po’ di tempo a questa parte ha modo di ritrovare almeno in un paio di punti (cfr. ad es. p.11) quella famosa “caratterizzazione delle origini” su cui – anche su questi lidi – si sono spesi i proverbiali fiumi di inchiostro; è però comunque ben presente, e ben presentato, il Dylan figlio di Bloch ed ex-marito di Rania, ed in special modo il rapporto con quest’ultima, appena accennato ma efficace nella resa.

Più nel complesso, la storia vede agire un Dylan Dog consapevole del suo mestiere e della sua direzione di vita, in una vicenda che ruota intorno a bambini rapiti, ed è ascrivibile al genere “noir ectoplasmatico”, se mai esiste da qualche parte: il suo rapporto professionale con il fantasma di Sam(antha) (cfr. p. 53) è una potente forza motrice, che funziona benissimo di per sé, a prescindere dal contesto e anche dal plot twist; anzi, la funzione di quest’ultimo risulta addirittura svuotata di pathos se confrontata con l’ultima sequenza, dove la regia alterna le inquadrature e suggerisce – quasi richiede – in anticlimax una colonna sonora come quella che accompagnava i titoli di coda del telefilm di Hulk con Bill Bixby.

Sono relativamente poche le volte in cui Dylan ha avuto a che fare con dei fantasmi, e in gran parte di quei casi si è sentito impotente contro di loro; qui invece vediamo un indagatore che indaga sul (e con il) suo incubo, con un tono che vuole e può prendersi sul serio, anche e soprattutto attraverso un utilizzo cesellato di ironia e disincanto.
Luca Casalanguida, dal canto suo, riesce a disegnare una Londra notturna anche nelle sequenze diurne, con un tratto sobrio, quasi poco più che essenziale, che in certi casi si alterna tra rimandi ad un tardo Piccatto e qualche strizzata d’occhio a Mignola.

Una buona storia, che magari soffre un po’ in alcune fasi di montaggio, ma i cui meriti sono di spessore marcatamente maggiore. Una storia in cui tra l’altro è anche possibile respirare echi barbatiani: è ormai assodato che un Dylan scritto da una donna (due, in questo caso!) può davvero presentarsi al lettore con una marcia in più.

A latere, una riflessione senza pretese per quanto concerne la violenza sulle donne: già Sclavi aveva voluto avvicinarsi al tema, con una sensibilità da par suo; qui il confronto avviene solo in termini di argomento trattato, per il resto le due storie hanno sviluppi del tutto differenti. Emerge però ancora una volta forte il senso di condanna, e le conseguenze sulla psiche e sulla vita dell’universo femminile (disastrose in quella storia, come disastrose in questa), per quanto le si voglia filtrare attraverso l’una o l’altra lente narrativa, hanno il diritto di essere mostrate senza eccessiva edulcorazione.

I mostri siamo noi”, recita uno dei mantra più famosi della serie.
Alla fine della lettura non si può che, seppur con cuore contrito, rendergli ragione.

Autore

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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