Prossima destinazione: Pizzofalcone

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Il metodo del Coccodrillo. Riflessioni sulla nuova trasposizione delle opere di Maurizio De Giovanni

Com’è ormai consuetudine nella recente politica editoriale della Bonelli, dopo un primo passaggio nel circuito librario, arriva finalmente anche nelle edicole “Il metodo del Coccodrillo”, terzo numero dell’ideale serie dedicata al mondo dei Bastardi di Pizzofalcone, nati dalla fortunata penna dello scrittore Maurizio de Giovanni – il cui sodalizio con i tipi di via Buonarroti si sviluppa anche con le avventure del Commissario Ricciardi.

Tornando ai “Bastardi”, se le prime due uscite, giocando sapientemente sul nomignolo affibbiato al gruppo di poliziotti partenopei, li ha visti ritratti appunto come esponenti della specie canina attraverso il riuscito operato di Fabiana Fiengo, in questo caso la storia ha un tratto realistico e si presenta come una sorta di prequel: protagonista è infatti il solo ispettore Giuseppe Lojacono, detto ‘o cinese, le cui vicissitudini lavorative lo hanno portato da Palermo a Napoli, confinato in un ruolo fortemente sottodimensionato.
La morte però arriva a Napoli, nelle vesti di un anziano signore affetto da una patologia oculare (da cui il nome “coccodrillo”) che, perseguendo un piano solo a lui noto, uccide uno dopo l’altro alcuni ragazzini di giovane età. Caso vuole che la chiamata che segnala il primo di detti omicidi venga fatta proprio al commissariato dove Lojacono lavora, ed inevitabilmente il suo fiuto (tanto per mantenere il parallelo canino) lo porta ad inquadrare una pista che, tra spinte opposte da parte dei suoi superiori, lo condurrà ad un finale comunque dai toni lontani dall’ “happily ever after”: un finale che – forse volutamente – si mantiene leggermente più ambiguo rispetto a quello dell’originale letterario; un finale che, paradossalmente, non è privo di intenti catartici, in quanto chiave di volta per il passaggio ad un nuovo step nella vita di Lojacono, e che alla fine lo porterà nell’orbita dei Bastardi.

I testi di Alessandro di Virgilio si mostrano sin da subito perfettamente in grado di tradurre in un medium differente l’opera di partenza; la cosa non sorprende, dato che lo stesso autore si è occupato, nel 2015, della prima trasposizione a fumetti del Commissario Ricciardi, per l’editore StarComics.
In questo racconto, la Napoli contemporanea accompagna lo svolgersi degli eventi offrendosi come comprimario discreto, mostrando così di non aver bisogno di fare facile affidamento su qualsivoglia stereotipo per ospitare vicende di umana miseria: è una Napoli che si lascia celare dalla varietà dei sentimenti dei suoi abitanti, e dalle loro interazioni mai scontate, e ciò emerge anche dalla cifra visiva della storia, affidata alle tinte (e mezzetinte) di Massimo Bertolotti.

La sua esperienza traduce in maniera tutto sommato efficace la tensione che serpeggia tra i vichi e i colori di un dolente paese del sole. Lo stile che adotta rievoca in più di un’occasione, e in special modo nelle sequenze di flashback, reminiscenze ambrosiniane; nel risultato complessivo fatica tuttavia a trovare un a personale coerenza, intento com’è a ricercare nei personaggi principali (Lojacono su tutti) i loro alter-ego televisivi, decidendo invece per una riproposizione di celebri caratteristi nel caso di comprimari (vedasi Giuffrè, che in alcuni casi assomiglia fortemente a Enzo Cannavale), invece di optare per soluzioni più originali. Se poi a questo si aggiunge anche una mancanza di continuità nella loro resa grafica, la fluidità della lettura rischia di trovarsi a vacillare per buona parte delle tavole.

Come già evidente nel secondo numero dedicato ai Bastardi di Pizzofalcone, l’intenzione è chiara nel rispettare quanto più possibile fedelmente il materiale di partenza – il tamburino riporta comunque De Giovanni come autore del soggetto – sottraendosi ad edulcorazioni di sorta, indipendentemente dalle soluzioni adottate per rappresentare i personaggi: in ambo i casi (fattezze canine lì, realismo qui) a fare la differenza è la qualità delle storie, che si fa tra l’altro carico di raccontare un storia Bonelli non tradizionale, più matura, senza neanche ricorrere al refugium peccatorum di audaci etichette.
Ancora quindi, in ambo i casi, il sorriso nel vedere animali antropomorfi, come il piacere di ritrovare in qualche modo i volti di attori noti, sono elementi che passano in secondo piano rispetto alla consapevolezza da parte del lettore di trovarsi di fronte a qualcosa per la quale valga la pena recarsi in edicola.

Considerati i tempi, non è poco.

Autore

Da sempre convinto sostenitore della massima mysteriana "L'importante non è sapere le cose, ma fare finta di averle sempre sapute"

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