Dylan Dog nella stanza del guerriero

/
2 mins read

Breve commento al Dylan Dog n.423 di Carlo Ambrosini e Gabriele Ornigotti.

Questo “Nella stanza del guerriero” sembra un sunto (o un saggio) delle tematiche care a Carlo Ambrosini: dalla sua passione per l’entomologia, alle algide bellezze di ispirazione fiamminga delle sue donne, all’idea di universo come creazione mentale fino al surreale straniamento dei suoi personaggi.

Difatti è palese quanto le tematiche care all’autore non si siano esaurite con la fine editoriale di Napoleone. Va bene quindi, come sperimentato in altre occasioni, catapultare in questi mondi in bilico tra diversi piani di realtà il nostro Dylan Dog.

Come già dimostrato da Gigi Simeoni non è necessario sconvolgere e/o destrutturare Dylan Dog per produrre un’opera interessante, godibile ed affascinante, basta semplicemente scriverla bene. E Ambrosini, anche questa volta come per l’ottimo “Il male infinito” del Color Fest 27, riesce a realizzare una storia avvincente e profonda, talvolta grottesca quanto un film di Jean-Marie Poiré ma sempre ben ritmata e godibile nonostante la facilità con cui, in alcune occasioni, risolve le interferenze fra i due mondi coinvolti nella storia, quello contemporaneo e quello dell’antica Roma (101 a.C.).

La trama

Nel 101 a.C. durante la battaglia dei Campi Raudi che ha visto l’esercito romano sterminare i Cimbri, il guerriero Obomeil affida a Oberoige il compito di trovare la figlia Gudrum, consacrata a Odino, e ucciderla per evitare che venga profanata dai soldati romani. Oberoige in fuga dai nemici entra in un santuario e attraverso esso arriva nella Londra contemporanea, nella stanza di Bill, coinquilino di Leida. Questa ha, accidentalmente, le stesso aspetto di Gudrum e tanto basta per scatenare la caccia di Oberoige. Bill vive il tutto come un incubo e Leida si presenta da Dylan allarmata sia dallo stato di salute dell’amico che da insetti preistorici comparsi assurdamente nella sua stanza. Seguono rocamboleschi inseguimenti: Oberoige cerca Leida, la polizia cerca Oberoige, Dylan Dog si imbatte in Oberoige, Rania e Carpenter  mentre nel 101 a.C. Gudrum trova conforto e salvezza nel comandante Audilio Canem.

Déjà vu e interferenze fra campi di realtà

In tutto questo Gabriele Ornigotti è perfetto nel delineare tanto l’algida bellezza di Leida quanto la follia e lo sgomento delle scene più dinamiche, favorendo in maniera efficace quel processo di suspension of disbelief predominante in un racconto del genere.
Una fra tutte la scena in cui Dylan e Leida sono bloccati in casa: la forza espressiva e claustrofobica delle inquadrature e delle espressioni rende perfettamente credibile e urgente l’evento tragico e surreale che Ambrosini ha sceneggiato.

Pur sembrando, per lunghi tratti, un enorme déjà vu a metà tra Napoleone e Jan Dix, questa storia riesce a farsi leggere e godere con piacere, districandosi egregiamente tra le ipotesi di David Bhom e le teorie care a Gustav Jung. Il tutto, e non è poco ultimamente, senza lasciare Dylan Dog sullo sfondo, giocando anzi con le similitudini ed i tratti in comune fra questi e Napoleone fin dal titolo dell’albo che rievoca facilmente il quasi crossover tra i due.

In fin dei conti il tema centrale dell’avventura sono le interferenze fra campi di realtà!

Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.

Articolo precedente

Zagor: le storie preferite da Marco Verni

Prossimo Articolo

Love after World Domination: puccettoso!!

Ultimi Articoli Blog