Un Joker Frankensteiniano Diversamente Abile

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That’s life
And as funny as it may seem
Some people get their kicks
Stomping on a dream
But I don’t let it, let it get me down
Cause this fine old world, it keeps spinnin’ around
I’ve been a puppet, a pauper, a pirate, a poet
A pawn and a king
I’ve been up and down and over and out
And I know one thing
Each time I find myself
Flat on my face
I pick myself up and get
Back in the race
That’s life
That’s life
(Questa è la vita)
(E per quanto divertente possa sembrare)
(Alcune persone traggono divertimento)
(Dal calpestare un sogno)
(Ma non gli consento, consento di abbattermi)
(Perché questo bel vecchio mondo, continua ad orbitare senza sosta)
(Sono stato un burattino, un povero, un pirata, un poeta)
(Un pedone e un re)
(Sono stato ai vertici, ho toccato il fondo e risalito)
(Ed ho compreso una cosa)
(Ogni volta che mi ritrovo)
(Atterrato con la faccia in giù)
(Mi rialzo e mi rimetto)
(Di nuovo in pista)
(Questa è la vita)
(Questa è la vita)

Frank SinatraDean Key e Kelly Gordon (1966). Dalla colonna sonora del film “Joker”.

Nel 1982 Martin Scorsese dirige il film (in cui interpreta anche un ruolo come attore) poco noto rispetto ai molti film di mafia realizzati da regista nel corso della sua carriera: “The King of Comedy” (“Re per una notte” in Italia) con Robert De Niro e Jerry Lewis.
Il film fu girato nel 1981, casualmente a poca distanza dell’attentato a Ronald Reagan da parte di John Hinckley, uno squilibrato che con questo gesto voleva attirare l’attenzione di Jodie Foster di cui si era innamorato fin da quando l’aveva vista recitare al cinema nel film Taxi Driver con Robert De Niro, che in The King of Comedy interpreta il protagonista Rubert Pupkin, il quale nutre un morboso interesse per il presentatore Jerry Langford (Jerry Lewis che in questo film di fatto è come se avesse interpretato se stesso date le molte similitudini fra lui nella vita reale e il ruolo che gli è stato attribuito da Martin Scorsese).

Pupkin vorrebbe diventare un grande comico e in un primo momento ci prova con un persistente stalking perpetuato ai danni del famoso presentatore per convincerlo a leggere ed approvare il suo materiale di repertorio e a farlo apparire nella sua trasmissione, al punto da presentarsi a casa sua senza invito insieme ad una bella donna (Rita Keane interpretata da Dianne Abbott), presumibilmente credendo che coinvolgendo una figura femminile il famoso anchorman si sarebbe ammorbidito e sarebbe divenuto più malleabile.
Non riuscendo a scalfire neppure con questo stratagemma la sua granitica indifferenza (giustamente motivata dalla modalità criminogena con cui l’aspirante comico si propone in un ambiente professionale dove le regole di ingaggio sono ben altre), decide di sequestrarlo con l’aiuto di una giovane e fanatica fan innamorata dello stesso personaggio.

“Re per una notte” con Robert De Niro e Jerry Lewis

I due formano una insolita accoppiata criminale, entrambi interessati a raggiungere i propri obbiettivi, Pupkin nel riuscire a sfondare come comico e Marsha, poco più che ventenne, nel diventare l’amante del presentatore (senza arrivare al rapimento o puntare nessuna pistola alla testa come avviene nel film, la ormai nota Brigitte Nielsen con Sylvester Stallone o Francesca Pascale con Silvio Berlusconi, giusto per fare un paio di esempi, sono riuscite nell’intento che si erano prefissate).

La vicenda è comica e grottesca allo stesso tempo perché dopo essere di fatto riuscito a finire in televisione, Rupert Pupkin, arrestato e scontati solo due anni e mezzo di prigione per il sequestro di persona, riuscirà di fatto a sfondare come comico diventando lui stesso presentatore: sia grazie al fatto che il pubblico ha nonostante tutto trovato esilarante il suo repertorio, ma anche grazie al libro delle sue memorie scritto in carcere e pubblicato con un successo divenendo un best-seller in tutto il mondo.

Ebbene, come se a distanza di 37 anni si fosse voluto portare in scena una sorta di sequel di quella storia, Robert De Niro, nel 2019 interpreta l’anchorman Murray Franklin, ideatore di una trasmissione televisiva in cui vengono invitati come ospiti dei promettenti stand-up comedian.
Questa volta il ruolo dell’uomo senza nulla da perdere che desidera prendere il posto del mostro sacro per diventare lui stesso un grande comico, è Arthur Fleck, un fallito che si veste da clown per portare il sorriso fra i bambini dei reparti di malattie terminali. Il ruolo è interpretato da Joaquin Phoenix, fratello minore del compianto River Phoenix (interprete di “Stand by Me” del 1986, “Belli e Dannati” del 1991), grande promessa del cinema e morto di un’overdose di droghe che gli furono somministrate a sua stessa insaputa durante una festa, alla giovane età di 23 anni. Joaquin Phoenix, che ricorda come il fratello River lo esortasse a reimparare a recitare ispirandosi al film “Toro Scatenato” (titolo originale “Running Bull” – film del 1980 sempre regia di Martin Scorsese e sempre con l’attore Robert De Niro), per interpretare il ruolo di Arthur Fleck non solo ha perso più di venti chili di peso, ma ha passato molto tempo a studiare le risate dei malati neurologici affetti da riso spastico o della risata killer.


Tale disturbo consiste in un riso continuo ed intenso che aumenta gradualmente e che si manifesta come risposta a stimoli ambientali inadeguati, in condizioni quindi di incoerenza e labilità emotiva incongrua al contesto in cui si manifesta.
Per questo ruolo Joaquin Phoenix si è guadagnato un Oscar come Miglior Attore Protagonista nel 2020 e per chi è amante della musica si sappia che il film si è guadagnato anche un Oscar per la Migliore Colonna Sonora con le musiche di Hildur Guonadóttir. Detto questo sembrerebbe che non ci sia più nulla da dire. Eppure qualcosa c’è ancora. Il film, indubbiamente drammatico, avrebbe potuto essere portato in scena senza nessuna correlazione col “fantastico”, ma restando del tutto coerente con una realtà possibile nel nostro presente. Ed invece un aspetto interessante della trama è che questa vicenda profondamente umana e triste, affonda le proprie radici in una trama fumettistica. Esatto: Arthur Fleck, per chi è in grado di comprenderlo grazie alla lettura dei fumetti, si scoprirà che non è altro che il Joker, il noto criminale, nemesi dell’eroe DC Comics, Batman.

In realtà Arthur, affetto da questa malattia, è vittima sua malgrado dell’indifferenza, se non addirittura cattiveria, di chiunque lo circonda, con poche eccezioni.
Sia Arthur che il Rupert di “Re per una notte”, vivono con la propria madre, ma la madre di Arthur nasconde un segreto che ne ha segnato tragicamente l’infanzia del figlio e questo in qualche modo rende la vicenda portata in scena dal regista Todd Phillips, più realistica di quella concepita da Scorsese.
Arthur è stato defraudato del suo ruolo nel mondo, rifiutato da un padre bugiardo e mistificatore che si sta apprestando a perpetuare le sue trame menzognere ai danni di tutta la città. Arthur vedeva nell’anchorman Murray Franklin un punto di riferimento, il padre putativo che gli è sempre stato negato e come in quanto avviene nella mente di Rupert nei confronti di Jerry Langford, anche Arthur ha degli episodi allucinatori in cui vede il suo idolo elogiarlo e incoraggiarlo a perseguire i suoi obiettivi, per poi scoprire entrambi che l’uomo vero, dietro l’immagine di lui, è molto diverso da come se lo erano prefigurato.

Probabilmente quello di Arthur è un problema anche di altro tipo non correlato solo al disturbo neurologico dovuto ad un trauma cranico, ma c’è un problema irrisolto con la figura paterna che lo ha portato a sviluppare un odio profondo nei confronti del suo datore di vita e quindi di ogni vita umana in generale. Per certi aspetti la vicenda interiore di Arthur ha molto in comune con il bisogno di amore e affetto anelato dalla Creatura di Frankenstein di Mary Shelley.

Non solo perchè è stato abbandonato dal padre che lo ha messo al mondo, ma perchè a causa di questo ho subito un atto di violenza che gli ha procurato il danno neurologico che lo affligge fin dall’infanzia e che non ha cure.
Come se questo non lo rendesse già abbastanza leso in molte sfere dell’esistenza (sociale, famigliare, professionale), Arthur si scontra con un’umanità meschina che lo bullizza in modo brutale fino a spingerlo a compiere un gesto che non avrebbe mai commesso se non per porre fine a quella tortura fisica e psicologica a cui lo stava sottoponendo un trio di ricchi mascalzoni della società bene di Gotham (teatro di tutte le vicende narrate).

Anche se il primo episodio delittuoso avviene per autodifesa, poi Arthur diventa gradualmente succube di questo atto, l’omicidio, perché è l’unico atto che gli consente di dare un senso a ciò che gli è stato negato, negandolo anche a tutti gli altri, in modo definitivo. E così il suo folle sorriso diventa la prova che una vita tragica come la sua, con il lasciarsi guidare dalla violenza, può diventare per sempre ai propri occhi, una meravigliosa commedia.

Fra i personaggi DC che compaiono nella vicenda vi sono anche il maggiordomo Alfred Pennyworth, il di lui datore di lavoro, il miliardario Thomas Wayne, la di lui moglie Martha Wayne e il loro giovane figlio: un Bruce Wayne dodicenne. E così scopriamo che il Joker diventerà l’acerrimo nemico di Batman, perché Bruce ha ereditato un grosso debito di colpa di cui è interamente responsabile il padre Thomas.

Un film da vedere con sul volto un sorriso graffiato dalle lacrime.

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